giovedì 24 luglio 2008

Accenni sulla Sofferenza

Con la parola Sofferenza vogliamo indicare qualsiasi sensazione di disagio o fastidio psicologico. La sofferenza presuppone la convinzione di un entità "io" minacciata, presuppone quindi una qualche tipo di separazione fra L'Io minacciato e il mondo minaccia. Presuppone ovviamente anche che questo Io e il Mondo siano reali e non immaginari. Nel momento della sofferenza si è estremamente convinti di ciò. Se una sensazione fisica viene riconosciuta e interpretata come fastidiosa, negativa allora avviene un pensiero che produce anche li Sofferenza. Se si immagina che il fastidio duri Più a lungo o sia l'inizio di una catastrofe la sofferenza è ben diversa da quella provocata se si immagina che il fastidio è una cosa benefica ( togliere un sopracciglio con la pinzetta). Insomma anche nel dolore fisico vi è un processo di interpretazione e di pensiero affinché esista la sofferenza psicologica. Se invece si priva la mente del pensiero, riconoscimento, interpretazione, si ha solo la sensazione senza interpretazione, anche se la sensazione è dolorosa, non provoca sofferenza psicologica. (ad esempio si possono indurre alcuni stati farmacologici in cui la mente non pensa ma le percezioni del dolore rimangono inalterate), In quel caso le percezioni rimangono percezioni, come se stessimo guardando la sofferenza di un altro che piange, non vi è l'interpretazione del fatto in chiave di "minaccia o pericolo" e quindi non v'è la sensazione della sofferenza psicologica, anche se rimane la sensazione fisica che noi chiamiamo dolore.
La Sofferenza è vissuta dalla mente sempre come negativa, la mente cioè ha consapevolezza di soffrire. La sofferenza ha espressioni nella materia, muscoli, nervi, ad esempio l'espressione del pianto, e la percezione (come ogni percezione, al contrario delle interpretazioni) di quell'espressione è sempre diretta. Anche misurabile con gli strumenti nella materia. Conosciamo moltissimi tipi di sofferenza, non importa se intensa lancinante profonda costante o leggera appena percettibile: La morte di una persona cara, la perdita del lavoro, la perdita della casa, il furto dell'auto, essere abbandonati dal compagno/a, non riuscire ad ottenere il risultato programmato nei tempi e modi programmati, malattia, non riuscire a mantenere perfettamente un immagine di se prescelta, la sconfitta della propria squadra del cuore, non essere bello come un riferimento di confronto, non essere intelligente come voleva un genitore, non avere una posizione sociale migliore di altri ecc...
Per affrontare efficacemente il problema della sofferenza non possiamo occuparci delle singole foglie del problema che vanno e vengono ma dobbiamo prima di tutto conoscerne le cause profonde, la sua origine reale. Se ci occupiamo dei singoli fiori, sbocceranno e appassiranno e noi vivremo in un costante oscillazione, sofferenza, fine, piacere, sofferenza ecc... ma sempre all'ombra della sofferenza, dovremmo cioè sempre essere in attività per difenderci, mantenere quello che abbiamo conquistato, rimanere nella paura di perderlo e in tensione continua verso gli eventi esterni mutabili, cercheremo una sicurezza duratura al riparo dalla sofferenza ma la sofferenza ci verrà sempre incontro. Se soffriamo perché non siamo abbastanza ricchi, non è costruendoci un castello che saremmo al riparo definitivo da tale sofferenza, dopo aver ottenuto il castello, avremmo paura di perderlo e rimarremmo in continua tensione per mantenere quello che abbiamo, la soluzione quindi non è definitiva, paura di un terremoto, ( e allora costruiamo fondamenta antisismiche), di un furto ( costruiamo allarmi), di un crack finanziario ( allora scaliamo la scala sociale e aumentiamo di livello nel posto di lavoro). Se soffriamo perché ci sentiamo soli e vogliamo un compagno, è sposandoci che risolveremo alla radice il problema? Oppure in questo caso il matrimonio non sarebbe solo un alleviamento temporaneo della sofferenza della solitudine? Noi sappiamo ad esempio che il partner morirà ma preferiamo non pensarlo per stare in uno stato di incosciente piacere? Se sappiamo che il partner morirà prima del dovuto ad esempio si ammala di una grave malattia, e siamo di fronte al fatto che morirà ( di solito l'incertezza della data della morte ci aiuta a non pensare alla morte) in quel caso non iniziamo a soffrire per la paura di perderlo? E in ogni caso nel momento della sua morte anche in assenza di malattia ma per un incidente imprevisto del destino o per cause naturali, in quel caso non riprenderemo tutta la sofferenza e la solitudine che avevamo all'inizio prima di conoscere il partner identificarci e riporre aspettative di piacere e soddisfazione e completamento su di esso? Questo alleviamento non è sempre temporaneo e all'ombra di un nuovo cambiamento che possa perturbare l'apparente stabilità o l'apparente insensibilità? la soluzione sarebbe vivere senza questa sofferenza di base ne prima di conoscere il partner ne dopo che è morto, l'accomodamento invece è avere sofferenza prima e dopo e cercare di non pensare nell'intermedio.
Quello che cerchiamo è una condizione di tranquillità, pace, assenza di sofferenza in maniera definitiva, completa, duratura eterna, inattaccabile, questo noi vorremmo, non una condizione temporanea o oscillante, in continua minaccia di sicurezza. E' possibile ottenere questo col pensiero? Col Fare? O la sofferenza dipende dalla nostra interpretazione? Ci sono persone che soffrono per "cause" diverse da altri, è evidente che si soffre a causa di un processo mentale, di una interpretazione, non per un fatto. C'è chi ha la fobia dei cani e chi i prova sensazioni piacevoli alla vista di un cane. non è Il CANE la causa della sofferenza o del piacere, ma il processo mentale che si fa sull'idea del cane che può provocare convinzioni di pericolo, insicurezza o appagamento. Allora quali sono questi processi di interpretazione? come funzionano nei dettagli? Che presupposti hanno, che passi logici attuano? Che basi hanno, che provocano, che interazioni hanno col resto. Se è li la nostra radice quel punto deve essere indagato.
Questa interpretazione mentale che causa la sofferenza, è un processo causato dal singolo individuo? Oppure è un processo precedente al singolo, motivi, strutture, che ci sono nella natura e che il singolo applica alla sua coscienza (memoria esperienza) e traduce in interpretazioni diverse di sofferenza? Esiste un Io che sia causa di sofferenza? Esiste un Io che possa liberarsi da tale sofferenza? Questo processo di interpretazione è eliminabile dall'IO ? O l'io e il pensiero possono solo continuarlo?
L'Uomo soffre da millenni, L'insoddisfazione dell'uomo è costante nel tempo, vi sono momenti dove la sofferenza è più forte, vere e proprie crisi senza che la mente possa sperimentare le solite vie di fuga, vi è la disperazione, con i suoi possibili frutti, vi è l'immobilità alla sofferenza, guardarla faccia a faccia, senza interpretazioni, poi ricominciano le fughe, si cerca che la sofferenza non torni più, o si cerca di attutirne l'effetto, diminuire la probabilità che l'evento capiti, ma il futuro rimane nella sua essenza incerto. Si agisce sull'evento come se l'evento fosse la causa della sofferenza, abbiamo già fatto l'esempio della persona che soffre se gli arriva una lettera che dice che suo figlio è morto anche se non è vero, se la persona ci crede soffre, la sofferenza quindi è legata ad una convinzione non al fatto. Vi sono momenti di gioia, momenti di distrazione, fuga, di piacere ma poi si ritorna inevitabilmente, quando si è attenti e se si è sensibili in uno stato di incompletezza, insoddisfazione. Il pensiero è l'azione che conosciamo ( non che risolve questo stato) ma che cerca continui accomodamenti... senza risultati definitivi... allora o la sofferenza è un fatto reale, definitivo cioè non eliminabile in assoluto e in maniera costante, oppure gli strumenti che adottiamo per risolvere il problema non sono sufficienti, o addirittura lo peggiorano. Se noi diciamo che qualcosa è impossibile a priori non vogliamo indagare e ci accontentiamo di questo stato di oscillazioni di sofferenze, e in totale smarrimento senza cioè basi o fondamenti chiari. Altrimenti c'è una forte necessità ad indagare, anche se non sappiamo dove arriveremo nell'indagine, è la sofferenza stessa che porta l'intelligenza a fare chiarezza allo scopo di trovare una soluzione e non Più solo accomodamenti successivi.
Nasce da un processo mentale di interpretazione ( si immagina una minaccia, insicurezza, stato di disagio futuro), e si manifesta nella materia.
Abbiamo detto che la sofferenza nasce dall'interpretazione di un fatto, una catena di convinzioni, diverse per ogni individuo, a seconda della propria esperienza, dei proprio processi mentali, delle proprie capacita introspettive ecc.. Ma tutto l'uomo soffre, Ciò che c'è di diverso sono le immagini, i contenuti , le idee. La differenza non è nel fatto: idee diverse non modificano il fatto. La sensazione, la percezione, il movimento materiale è diverso? L'energia che causa la sofferenza nell'uomo in tutte le ere è diversa? ha significati diversi? Come è fatta? Le Convinzioni di base alle interpretazioni di tutti gli uomini di tutte le ere hanno radici diverse? Oppure tutte si basano sulle convinzioni elencate in un post precedente relative all'idea dell'io e del pensiero? Non può essere che la sofferenza esiste di per se, non la sofferenza individuale, non causata da un individuo, ma con un altra causa precedente, atemporale, esiste e non è eliminabile? non può essere che le interpretazione di quasi tutti gli uomini esistenti siano simili alla base con gli stessi presupposti cosicché interpretino questa sofferenza naturale come una minaccia? e la vivano con fastidio, paura, con deterioramento, con gli effetti dannosi sul corpo e sulla mente? La sofferenza rende ciechi, insensibili all'esterno e all'interno, rende approssimativi, indolenti frettolosi, fa fare azioni incoerenti inutili improduttive, e l'uomo alla base è sempre stato cosi. Non può essere che la sofferenza abbia significati puliti, aperti, coerenti, armoniosi? Invece la viviamo sempre come una rottura, minaccia, lacerazione, inaridimento... Non siamo condizionati da cosi tante generazioni che ci da delle sensazioni negative solo la parola Sofferenza? Solo al pensare ad essa? Possiamo fare indagini profonde in acque delicate con una mente così piena di preconcetti? Quali sono i nostri processi mentali rispetto alla sofferenza? siamo imparziali nei suoi confronti? la guardiamo con occhio pacifico, oppure la guardiamo a priori con lo scopo di fuggirla, scansarla, modificarla, gestirla circoscriverla? Se facciamo questo ( e il pensiero fa questo) allora noi siamo convinti di essere separati dalla sofferenza ( che abbiamo cioè una causa diversa, che noi siamo precedenti alla sofferenza che la causiamo noi e non che lei sia precedente a noi, che la sofferenza cioè causi e produca ogni nostro pensiero o leggero movimento dell'io). Esiste una rappresentazione della realtà coerente dove noi ( l'io del singolo) sia separato dalla sofferenza? ( come nel precedente post noi immaginavamo di essere separati dal pensiero. Io diverso dal mio pensiero). Se qualcuno è convinto di ciò me la spieghi per favore, mi faccia vedere come è fatta una realtà cosi, dove è questo io dove è questa sofferenza e questo pensiero, dove gli "io" sono tutti separati fra di loro costanti nel tempo e diversi sia dal pensiero sia dalla propria sofferenza. La sofferenza in questo caso sarebbe Propria non universale e quindi anche la sofferenza sarebbe divisa in mille piccole sofferenze separate fra di loro ognuna di esse causate da un io separato e costante che nascerebbe dove?
Il nostro Io e il nostro pensiero è poggiato su una saponetta viscida, cerca un equilibrio che non trova, le sue rappresentazioni sono superficiali, incoerenti, si rimodellano ogni istante. Eppure quando soffriamo come siamo convinti di queste cose!!!! Come siamo coinvolti e convinti Della minaccia!! come siamo convinti di sentirci separati e vulnerabili alla minaccia del tempo e dell'incerto. E' l'Io che causa tutto ciò? Esiste un accomodamento dell'io in cui non c'è Più sofferenza? Oppure ci rassegnamo diciamo siamo stanchi e prendo come visione approssimativa che la sofferenza non sia risolvibile, anche se non ho certezza. Pensiamo: molte persone intelligenti hanno pensato e concluso che non è risolvibile, io non ho mai conosciuto nulla di diverso... non mi impegno... Eppure quando siamo in crisi come vorremmo uno stato di pace definitiva!! Siamo pigri? ci inganniamo? O ingenui, smarriti...
Preferiamo coltivare l'insensibilità, fuggire mentalmente da essa, allo scopo di sentirla di meno.. Ci buttiamo nel lavoro, nella famiglia, a capofitto in un ideologia o ideale, una squadra di calcio, ci identifichiamo con un gruppo politico una nazione, una razza, un credo una religione, preferiamo fare fare senza dover pensare e rimanere a contatto con le nostre piccole e grandi sofferenze. Se ci stessimo a contatto con sensibilità senza distrazioni queste sofferenze sarebbero piccole? non sentiremmo ogni minima sofferenza, trauma infantile passato? Se vivessimo senza fuga, senza frenesia, senza voler ottenere un risultato prefissato dal pensiero ( ogni obiettivo prefissato dal pensiero è allo scopo di diminuire la probabilità della sofferenza nel futuro, se ci occupiamo di diminuire la probabilità della sofferenza noi già la presupponiamo, presupponiamo le convinzioni dell'io del tempo, non le mettiamo in discussione, non stiamo guardando con mente aperta, ma co una mente paurosa, siamo di parte, guardiamo già con una convinzione e con uno scopo, quella non è indagine, è fare fare fare partendo da basi incerte, E' L'IO che fa, ma l'io è separato vulnerabile), se vivessimo senza fuga non sentiremmo con chiarezza molte Più sensazioni ed emozioni? Poi vi sono altre fughe, il rifugiarsi nella ricerca ossessiva del piacere, del sesso, delle abitudini come il fumo e molte altre abitudini con le relative dipendenze, fino alle estreme fughe come l'alcool, e le droghe o il suicidio. Non troviamo soluzioni e tamponiamo la nostra esistenza fuggendo dalla sofferenza con ogni rimedio anche dannoso per la nostra mente e il fisico. Non abbiamo una tremenda paura di vivere senza una sola fuga? a contatto con noi stessi? senza FARE? senza pensare di andare al cinema domani, senza la sigaretta dopo il caffè? Come sarebbe la nostra esistenza immaginarla senza fughe? tremenda. E' molto pauroso immaginare una vita senza fughe, perché si starebbe a contatto con noi stessi. Ma ha senso una vita senza chiarire le nostre basi? ha significato? è una vita piena? E' questo che scegliamo?
Quale è la causa origine e significato di questa Sofferenza? Come è fatta la sofferenza? che interazioni ha col resto? La conosciamo bene o la fuggiamo al Più lieve mostrarsi? Non è la sofferenza che ci spinge nel presente ad ogni genere di attività del pensiero rivolta verso il Fare nel futuro? Questa attività risolverà mai il problema suddetto? é alla base di noi, sempre costantemente in noi... genera tutto il nostro pensiero, tutte le nostre fughe i nostri desideri... la conosciamo?