giovedì 31 luglio 2008

Utilità e limiti dell'Esperienza

L’utilità dell’esperienza la conosciamo bene, L’esperienza ci serve in molti campi, Se dobbiamo progettare un aeroporto, abbiamo bisogno dell’esperienza, Se dobbiamo imparare una nuova lingua, abbiamo bisogno di memorizzare e riutilizzare nuove nozioni e informazioni, Se vogliamo massimizzare il rendimento di un azienda abbiamo bisogno di esperienza, Se voglio ottimizzare un mio comportamento o migliorare il modo di fare qualcosa, ho bisogno di confrontare le mie azioni passate con quelle ottimali ecc… Ma se dobbiamo migliorare noi stessi, conoscere meglio noi stessi, non quello che si fa superficialmente, ma quello che si è in profondità e che poi produce tutti i nostri modi di fare ci può essere di utilità l’esperienza nostra o di altri? Ci è utile l’esperienza per migliorare la conoscenza di un fatto reale? Vi è un limite alla sua utilità? Vediamo bene tutti gli aspetti…
Col termine esperienza indichiamo il bagaglio completo di tutte le memorie di emozioni sensazioni e pensieri che abbiamo avuto nel passato, memorie di sofferenze, piaceri, paure, e soprattutto conclusioni e interpretazioni di tali emozioni. Specifico ancora che col termine di esperienza indichiamo le idee, le interpretazioni che abbiamo avuto su tali sensazioni, e non le sensazioni di fatto (Poi il pensiero utilizzando l’esperienza provocherà ulteriori sensazioni a seconda di come interpretiamo il fatto, in chiave di minaccia o sicurezza). Esiste Un fatto reale costante nel tempo che si può utilizzare in un futuro? O i fatti reali sono solo cose nuove? (come gia trattato vedi il post sulla Novità del Fatto). L’esperienza è il bagaglio che ci portiamo con noi nel presente di cultura, tradizioni, ideologie, ottimizzazioni, preconcetti, paure, insegnamenti, modi di agire e pensare, atteggiamenti, metodi di analisi e di pensiero, e tutte le interpretazioni su ogni concetto via via più complesso… e con cui siamo pronti ad affrontare il futuro, ci avviciniamo al fatto presente interpretandolo e memorizzandolo di nuovo, pensandoci e facendolo diventare un nuovo elemento di esperienza da considerare nel futuro. L’esperienza è una Traccia continua in memoria di Idee e interpretazioni di ciò che ci accade. Non chiamo esperienza quindi l’azione di partecipare consapevolmente nel presente sperimentando il fatto reale. Nel processo dell’esperienza approcciamo al fatto con il bagaglio delle interpretazioni passate, abbiamo già delle conclusioni in noi a cui siamo legati da proteggere e con cui affrontiamo il nuovo, abbiamo già delle paure, delle cose da evitare e cose da cercare, abbiamo dei motivi per investigare, quindi non siamo liberi completamente di fronte al reale. Se sperimento il fatto realmente e lo percepisco con chiarezza senza interpretazione (vedi il post sui Fatti e le differenze fra fatto e idea “la Novità del Fatto”), senza pensiero quindi, effettivamente per cosa sta accadendo, in quel momento si lascia una traccia in memoria? Che tipo di traccia oltre la naturale memoria? Vi è la memorizzazione di un bagaglio interpretativo? Si accumula Esperienza a cui sono legato emotivamente? Esperienza che voglio usare in futuro? C’è un futuro che ci minaccia se non c’è l’identificazione con l’esperienza? Chi è minacciato se non c’è esperienza? O il presente è visto con chiarezza solo senza esperienza che interpreta soggettivamente? Vedremo tutto…
Non siamo visceralmente legati alle nostre esperienze? Non le difendiamo gelosamente? Pensiamo che ci servono per agire, proteggersi, per raggiungere qualsiasi risultato nella maniera personale che via via, nel corso dei millenni abbiamo affinato sempre di più sommando tutte le varie esperienze e considerazioni…
Non Siamo identificati con le nostre esperienze? la cultura e la tradizione che abbiamo accettato o rifiutato, i nostri titoli, i nostri nomi, le nostre idee e conclusioni personali, identificati in quello che facciamo ( Es. dipingo una grande opera d’arte), in quello che diciamo, in quello che possediamo, nei luoghi che scegliamo di frequentare o che siamo obbligati a frequentare, ci identifichiamo rifiutandoli o accettandoli, le interpretazioni che facciamo su tutto ciò che ci circonda le facciamo nostre. Ci identifichiamo infine con il nostro processo del pensiero. Siamo identificati nel senso che ci sentiamo minacciati se qualcuno mette in pericolo il nostro nome, ad esempio se insulta, deride o umilia il nostro nome, il nostro lavoro, la nostra classe sociale, la nostra famiglia, l’opera d’arte fatta da noi, le idee che portiamo avanti, quello che diciamo o quello che pensiamo, i titoli che abbiamo, le proprietà che abbiamo (non ci fa piacere se qualcuno ci dice la tua macchina fa schifo o se ci dicono le tue idee sono stupide e irrazionali, il tuo lavoro è ridicolo, vieni da una famiglia di poveracci, il tuo nome è ridicolo, quello che fai è incoerente ecc..), se minacciano la nostra cultura o tradizione o nazione…
Accettiamo di buon grado se qualcuno mette in discussione le nostre credenze? Le nostre conclusioni grandi o piccole che siano? Chiamiamo Esperienza l’insieme delle idee a cui teniamo.

Insomma la sofferenza (come gia discusso, che è causata dal pensiero che si identifica con un idea che crede vera e sente minacciata, vedi il post “La Sofferenza”) e la relativa paura quindi deriva da qualsiasi cosa che noi pensiamo possa minacciare la nostra esperienza con cui ci identifichiamo. Qualsiasi cosa possa minacciare tale IDEA o gruppo di idee. Sia ben chiaro stiamo parlando di minaccia verso idee a cui teniamo. Le nostre sofferenze, paure ansie sono per minacce verso IDEE, quando ci sentiamo smarriti minacciati sofferenti soli, sono le idee a cui teniamo ad esserlo. Non soffriamo MAI per minacce verso FATTI ESISTENTI. Perché non ci occupiamo e diamo affetto o emozioni ai fatti invece che soffrire per idee minacciate?
Da bambini ci scottiamo toccando il fornello del gas rovente, sentiamo dolore, pensiamo e lo interpretiamo come cosa negativa, pensiamo a come è accaduto, quando, perché, con che dinamiche, come si può evitare cosa fare nel futuro in casi simili ecc.. e memorizziamo tutto: abbiamo un esperienza in memoria. Ovviamente non è salutare bruciarsi, ma da quel momento noi abbiamo una memoria a cui teniamo emotivamente, che useremo per il futuro e difenderemo, e che ci farà soffrire se minacciata!! Ad esempio se noi decidiamo di consolidare una soluzione seppur provvisoria e semplice, ma facciamo ipotesi che la soluzione più ragionevole che abbiamo in quel momento sia evitare di avvicinarsi al fornello (perchè siamo giovani e non conosciamo quasi nulla della struttura della realtà), e memorizzare tale conclusione per utilizzarla nel futuro, noi ci identificheremo con quella conclusione e se qualche volta qualcuno ci forza ad avvicinarsi al fornello o capitiamo sbadatamente vicini al fornello (senza bruciarsi) nel momento che ce ne accorgiamo noi soffriamo perchè vogliamo tenere quella idea di starne lontani e finche non ci allontaniamo di nuovo non stiamo tranquilli, associamo il dolore fisico che abbiamo provato allo stare vicino al fornello. Nel momento che siamo vicini al fornello non ci stiamo bruciando ma soffriamo, perché minacciano la nostra idea e ci sentiamo in pericolo, abbiamo creato una memoria che ci porteremo dietro e che ci farà soffrire.
Nel momento che noi memorizziamo l’interpretazione del fatto (ovvero in un continuo processo che avviene poco dopo il fatto stesso, il tempo giusto di riconoscerlo, e pensarlo) abbiamo in memoria non Tutta la realtà del fatto presente, ma esclusivamente alcuni aspetti per noi più salienti, più importanti ed utili o impressionanti, nel momento della scottatura (ma da grandi una scottatura può essere anche un umiliazione, un licenziamento, la malattia di un figlio, e anche identificazioni piacevoli come le memorie di un innamoramento o di grosse soddisfazioni di qualsiasi tipo, la vincita del campionato della propria squadra del cuore o ricevere un complimento da una persona cara ecc…) noi ricordiamo, ad esempio 10 o 20 cose non infinite relative al momento dell’evento, a seconda della nostra attenzione di quel momento, ricordiamo, il colore della macchina del gas, il fatto che fuori pioveva, le grida di mio padre quando mi sono ustionato, e infine, le mie interpretazioni di queste memorie. E anche questi ricordi incompleti non vengono memorizzati fedelmente, la memoria come abbiamo gia detto non è la realtà, la memoria con il suo supporto materiale (materia cerebrale) ha una precisione determinata, una sensibilità determinata, non INFINITA. La memoria ha una dimensione limitata non INFINITA, sia la dimensione di informazioni memorizzabili in un istante sia la dimensione della memoria generale del nostro cervello è FINITA. Significa che, più di un determinato numero di informazioni non può contenere, quindi le più fresche che entrano prendono il posto di quelle che sono meno importanti e che vengono rinfrescate di meno. Quindi gia di per se, anche nella memoria del fatto senza interpretazione noi abbiamo una fotografia di alcuni aspetti del fatto, non tutti, e questi aspetti hanno una determinata grana nella fotografia ( è evidente che non entra la realtà e tutte le sue informazioni nel cervello), di più, il numero di fotografie memorizzabili nel cervello è finito. Quindi dopo anni e anni di memorizzazioni ogni istante, va da se che si ottimizza il processo mettendo più attenzione a fatti più importanti, più seri, o pericolosi (tragici o piacevoli), dando più spazio alla memoria e al pensiero e alle sue interpretazioni per questi fatti piuttosto che altri.

Non sarebbe più naturale ricordare si il fatto, ma senza identificarci con alcuna esperienza che ci farà soffrire in futuro, poi fare l’azione piu intelligente ogni momento senza il bagaglio dell’identificazione? Una persona che non è identificata (non tiene, non soffre e non gioisce) ad una determinata squadra di calcio, gli manca qualcosa? Una persona senza legami alle idee e quindi senza nessuna paura legata alle idee perde qualcosa? Una persona che non è identificata in una determinata nazione (Essere Italiano) , perde qualcosa? Una persona che non ha identificazioni, non ha emozioni causate dai fatti invece che dalle idee? O è senza emozioni? Una persona che ha tutte le memorie di ciò che accade, senza le memorie delle identificazioni e interpretazioni a questi due concetti in esempio, perde qualcosa? Cioè ricordo tutto, ma non come se tutto ciò che ricordo avesse un potenziale di piacere o minaccia, ma lo ricordo per quello che è di fatto. Come se ci fosse un mio amico spettatore al fatto non identificato alle mie stesse immagini. Non sarebbe intelligente Ricordare il fatto, senza ingigantire il numero delle cose a cui siamo identificati ingigantendo il numero di cose che ci faranno soffrire in futuro quando minacciate? Ricordare il fatto non le interpretazioni del pensiero, e non tenere a quelle interpretazioni. Le nostre interpretazioni, il nostro pensiero, ci permettono un contatto con il fatto? Noi con il processo dell’esperienza, siamo liberi e consapevoli del fatto che avviene e in più abbiamo delle informazioni su come agire in maniera utile? E’ questo che accade? Oppure non abbiamo alcun contatto col fatto ma solo con idee sul fatto? Parziali ed incomplete? E le affrontiamo già pieni di conclusioni senza aperture verso tutte le possibili novità del fatto? (Vedi la novità del fatto). Non sarebbe più utile Ricordare semplicemente il fatto e non i pensieri e le conclusioni che abbiamo avuto riguardo a quel fatto, senza portare avanti la sofferenza psicologica, o il piacere o le paure che tale pensiero ha provocato pensando a quel fatto (E NON PROVOCATE DAL FATTO come già discusso).

Seguendo la stessa dinamica, le identificazioni si accumulano durante la vita, se ad esempio mia zia mi teneva sempre in braccio vicino al fornello io soffro perché la mia idea di tenermi lontano dal fornello, idea che mi avrebbe salvato è minacciata, e quando sarò grande potrò avere un fastidio verso mia zia per estensione… va da se che il numero di questi microprocessi è enorme, quindi è possibile che uno ricordi e mantenga solo le conclusioni e le soluzioni più recenti e utili dimenticando tutto il processo che ha fatto per arrivare ad essere identificato con l’ultimo concetto della catena, cioè l’uomo non rivede daccapo tutta la sequenza di causa effetto per arrivare all’ultima conclusione, ma nel momento del pericolo prende per vera l’ultima conclusione per agire, o alcune delle più recenti negli anni. L’uomo cioè non ripercorre ogni volta tutti i pensieri che ha fatto da quando è nato con una catena di causa effetto per arrivare ad un pensiero presente, ma è abituato a prendere come vere conclusioni intermedie che prende come verità su cui basa il proprio agire e pensare. Ma se già il processo iniziale di partenza era fallimentare noi continueremo a costruire pensieri senza esaminare ogni volta le basi? Questo significa che noi continuiamo a soffrire per la minaccia ad un idea (e già soffrire per un idea invece che un fatto dovrebbe aprire molti dubbi nell’essere intelligente), anche quando non sono vere tutte le condizioni che in un momento passato ci hanno portato a immaginare tale soluzione come utile da portare nel futuro. Condizioni che noi non memorizziamo Mai in maniera completa. Nel nostro caso noi da grandi avremmo fastidio verso nostra zia anche se non vi sono fornelli in vista, dimenticando tutta la catena di causa effetto, ma portando avanti (identificandosi, tenendo) solo il concetto: stare alla larga da zia. Riassumendo soffriamo se vengono minacciate delle IDEE a cui teniamo. E’ utile nel momento della sofferenza memorizzare (oltre che alla memoria naturale del fatto) anche l’identificazione al fatto? E’ utile incrementare la traccia dell’identificazione e vivere nella paura? Paura che un idea venga minacciata? Non sarebbe più naturale difendere un fatto senza paura, in maniera attenta intelligente efficace e completa? Ad esempio proteggere il mio corpo, e non avere paura e soffrire per idee astratte a cui sono identificato? Ad esempio senza tenere e aver paura per minacce all’idea del mio corpo?
Nel momento che mi brucio vi è paura? Nel momento della sensazione del dolore fisico Vi è sofferenza psicologica? C’è senso di minaccia? Nell’attimo presente, reale, nel fatto c’è minaccia? O la minaccia viene in essere solo DOPO quando iniziamo a pensare al fatto? (Come già discusso, il dolore fisico non provoca senso di minaccia e sofferenza psicologica vedi “La Sofferenza”) Quando ancora il fatto non è stato riconosciuto, memorizzato e trattato dal pensiero e poi interpretato (comunemente l’idea del dolore è trattata dal pensiero come una tipica minaccia), nel presente, prima che il fatto venga riconosciuto, confrontato con la memoria, con l’esperienza passata ecc… nel presente effettivo, qualche millisecondo prima del riconoscimento. Noi siamo vivi e percepiamo il dolore, vediamo cosa accade, abbiamo intelligenza, esistiamo, in quel momento vi è minaccia? In quel momento quando ancora non è sopraggiunto il processo del pensiero e quindi non abbiamo incertezze ne sofferenze dovute ad idee, perdiamo forse l’intelligenza? Cadiamo a terra come un essere senza vita? Nel momento del dolore vi è minaccia? Oppure nel presente c’è solo la sensazione del dolore senza la sensazione della minaccia psicologica all’io? Come esiste il dolore che prova un’altra persona che si brucia mentre la guardiamo, a cui non siamo identificati? Solo dopo iniziamo ad applicare tutto il bagaglio delle esperienze (a cui già siamo identificati in precedenza) e memorizziamo le interpretazioni e ci prepariamo per difenderci nel futuro. E poi, noi iniziamo da zero? Partiamo da un bagaglio di identificazione alle esperienze pari a zero quando affrontiamo un fatto? Partiamo da un punto dove dobbiamo stare attenti a non accumulare identificazioni solo in casi di dolore fisico, malattia ecc oppure siamo gia sporchi che ci sentiamo feriti e accumuliamo gia da ora in molti altri casi? Ci dobbiamo preoccupare solo di non incrementarla con la nuova identificazione? Oppure le vecchie identificazioni già esistono e dobbiamo anche preoccuparci di non farle influire sul fatto? Insomma se qualcuno ci dice stupido, o offende la nostra casa, auto o nazione, o il nostro modo di pensare o agire (per elencare le identificazioni più comuni), noi viviamo le vibrazioni delle onde sonore del suono delle parole che ascoltiamo pronunciate, le viviamo come una minaccia, non partiamo da zero, non abbiamo bisogno del dolore fisico per incrementare il bagaglio delle identificazioni, noi lo incrementiamo anche a partire da vecchie identificazioni. Non viviamo in un continuo terreno minato? Non facciamo le nostre scelte a partire da migliaia e migliaia di queste nostre preferenze e fastidi? Sempre in attività col pensiero per raggiungere, convalidare, ripetere, incrementare tali idee che ci danno sicurezza e piacere? E sempre in attività per fuggire, evitare, allontanare la possibilità che le nostre identificazioni vengano minacciate?

Molte identificazioni che abbiamo si traducono in abitudini, che cerchiamo di ripetere e ripetere accumulando sempre di più esperienze piacevoli a cui ci attacchiamo progressivamente e che ci creano dipendenze. Molte persone ad esempio hanno la dipendenza e l’abitudine del fumare le sigarette. Anche se aspirare i residui del processo di combustione di foglie essiccate è dannoso per le cellule del nostro corpo, sia a breve che a lungo termine, a molti da piacere. Dopo migliaia e migliaia di sigarette fumate si associano innumerevoli idee che danno piacere all’idea di fumare una sigaretta, l’idea di una pausa, l’idea del rilassamento, l’idea di essere emancipati, l’idea di prendersi un piacere per sé, l’idea di essere sazi e di fumare a fine pasto, magari dopo il caffè, l’idea che si fuma nei momenti di tempo libero e divertimento, l’idea che il gesto della sigaretta ci da un tono quando non sappiamo che posizione prendere con le mani vuote e siamo in imbarazzo ecc… e ogni volta che fumiamo noi cerchiamo di riprodurre come un rituale uno o più di queste associazioni, e cerchiamo di rievocare e di rivivere con compiacimento il piacere accumulato pezzettino per pezzettino di tutte le esperienze che abbiamo avuto in passato relative a queste immagini. Cerchiamo di ripetere lo stesso rituale che nel tempo abbiamo imparato a tradurre come piacere tramite innumerevoli identificazioni, ci prepariamo ad esso, e poi ci immedesimiamo in tutte le idee passate rivivendo il piacere e contribuendo a rafforzare l’idea di piacere che gia avevamo relativa alla somma di tutte quelle idee - “Fumare una sigaretta mi piace”. Al di là delle idee soggettive, Il Fatto è che per ogni sigaretta noi ci stiamo danneggiando, le nostre cellule stanno morendo, il fatto è che creiamo un danno al nostro corpo nel presente e molti potenziali rischi di malattie gravi a lungo terimine (Bronchite cronica, cancro). Alcune cellule subiscono delle trasformazioni, alcune dei traumi, alcune dei processi degenerativi, invece noi proviamo piacere nel fumare approcciando la realtà tramite idee ed esperienze.
Il nostro pensiero, basandosi sull’esperienza interpreta l’evento provocandoci piacere. Il piacere è dato dal pensiero quando si autoconferma nell’identificazione a ognuno o tutte le singole idee dei rituali, delle abitudini, quando fumiamo. Quando infatti il piacere diventa abbastanza grande da percepirlo, da ricercarlo e riprovocarlo di proposito, Siamo identificati a tale piacere e quindi dipendenti. Se vogliamo una sigaretta in quel momento ma non la possiamo avere perché non abbiamo soldi, abbiamo una dipendenza psicologica oltre che fisica che ci porta a soffrire. Il dolore è dato dalla mancanza della sigaretta nel momento del bisogno. Non abbiamo dato nel corso delle ripetizioni al gesto di fumare un significato piacevole? Che ci allevia una precedente ansia o sofferenza o disagio? Quando siamo identificati e dipendenti non diamo a quel gesto (dannoso) un significato di aiuto? Di salvezza? Da qui la sofferenza legata alla dipendenza… Chi cerca di smettere di fumare deve affrontare un processo di sofferenza dovuto alla dipendenza psicologica. Ogni idea in cui ci identifichiamo e che ci da piacere se confermata e ripetuta è sempre sotto la minaccia del dolore nel momento che ne abbiamo bisogno ma non possiamo ripeterla. Ovviamente esistono infiniti tipi di identificazione già elencati più volte finora, oltre quello del fumare una sigaretta, infiniti tipi di abitudini che vogliamo confermare e ripetere. Ci da piacere ripetere le nostre idee a cui siamo identificati e soffriamo quando non sono confermate.

Vi sono identificazioni che ci insegnano fin da piccoli, tramandate da generazioni, identificazioni culturali, la tradizione, e propagate su larga e piccola scala dai canali di informazione o a voce, da libri, da professori, dai genitori, da persone care ecc.. Vi sono molti esempi di idee a cui siamo identificati, che variano a seconda dell’epoca e dell’esperienza del singolo, infatti uno può accettare o rifiutare una determinata idea, ricordandosi che l’accettazione come il rifiuto verso un idea sono sempre forme di identificazione: posso aver piacere che si pensi di me che sono borghese o avere fastidio. Non siamo forse identificati (Teniamo emotivamente) ad idee come: essere ricco, avere una buona posizione economica e sociale, essere bello, essere intelligente essere furbo, essere potente, essere forte, essere colto, essere brillante, avere molte proprietà, avere approvazione pubblica, essere simpatico, essere buono, essere di un determinato gruppo sociale, fede religiosa o ideologia politica o scientifica. Per i giovani ad esempio: avere i pantaloni di quella marca piuttosto che un’altra, seguire questa o quella moda, questo o quello stile, gruppo musicale, attore famoso, sportivo famoso. Non ci da piacere cercare continue conferme per ognuna delle idee a cui siamo identificati, non vogliamo ripeterle, risentire quel piacere e immagazzinarlo di nuovo nell’esperienza fortificando l’idea dell’identificazione? Non sentiamo invece, insoddisfazione, minaccia, paura, sofferenza, disagio quando invece tali idee non sono confermate? Sono messe in discussione? Minacciate? O non possono essere ripetute quando abbiamo bisogno di sentire quel piacere? Non ci sentiamo forse vuoti senza potere ripeterle continuamente? Derubati da quelle nostre salvezze? Da quelle personali ancore di piacere? Come ci sentiremmo privati completamente da ognuna di queste conferme?
L’identificazione, naturalmente è portatrice sia di piacere che di dolore, Se ho piacere a essere ricco, ogni grossa entrata economica che avrò proverò la sensazione di piacere, e cercherò con affanno e ansia di guadagnare di più, ogni crack finanziario, perdita economica, fallimento di un affare, o licenziamento sarò soggetto a sofferenza o depressione. Non vi è sosta, l’uomo e la sua identificazione alle idee è in costante minaccia e in balia del futuro con sofferenze e piaceri e miliardi e miliardi di microidentificazioni ad idee. Ovviamente molte identificazioni dipendono dal contesto sociale, se una persona nasce in Italia è più portato a tenere emotivamente per l’identificazione al nome (essere italiano) rispetto ad una persona nata in Francia (essere francese), ha fastidio se legge un articolo sul giornale dal titolo “Gli Italiani sono zozzoni”, quando magari il francese che legge quel titolo non ha fastidio e sorride. Cioè due persone hanno due reazioni emotive diverse, una ha piacere, una sofferenza, relativamente ad una IDEA. Non è un fatto che causa dolore o piacere e lo propaga nella materia, ma l’interpretazione (il pensare) soggettiva di un IDEA e il valore che soggettivamente gli si da in termini di minaccia o conferma alle idee a cui tiene. Quando l’interpretazione di qualsiasi idea si traduce in un senso di minaccia, per varie condizioni esterne, vi è la sofferenza, la paura e il desiderio di proteggersi. In questo insieme enorme di convinzioni a cui l’uomo tiene, che si è formato in molto tempo ci sono anche le convinzioni relative all’idea del dolore fisico, della malattia, della buona salute, della morte, della sicurezza fisica ecc, ma lo abbiamo ripetuto molte volte parliamo esclusivamente di idee, e non del fatto reale della sicurezza fisica. Sia ben chiaro. Possiamo liberarci del fardello di tali sofferenze e paure e occuparci liberamente della sicurezza fisica senza caricarci di angosce relative ad idee? Il Fatto porta angoscia con se? Abbiamo già chiarito che nemmeno la morte porta angoscia e sofferenza. Il PENSARE all’IDEA della morte (non la morte ma il pensare) causa angoscia perché immaginiamo di doverci staccare da tutto l’insieme di idee a cui teniamo moltissimo e siamo identificati, tutto l’insieme completo di memorie di sofferenze e piaceri passati, di esperienze, quindi l’espressione massima della sofferenza dovuta alla minaccia delle nostre idee esperienze conclusioni ecc…
Vi sono idee a cui siamo identificati molto semplici come ad esempio l’idea della sicurezza fisica o della morte fino a idee molto articolate, che sono la somma di moltissime conclusioni intermedie. Abbiamo convinzioni circa il funzionamento del mondo, il suo significato, la struttura della realtà e della mente, possiamo avere convinzioni sul mondo con un orientamento spirituale, materiale, pragmatico, logico, emotivo, scientifico, religioso, umanista, estetico ecc…

Ognuno si difende dalle idee che sente minacciate, difendendosi invade le idee dell’altro in una catena di sofferenza e aumentando le identificazioni per difendersi. E’ evidente che se io mi sento minacciato (leggi: sento minacciata una idea a cui sono identificato), se soffro ho paura reagisco con tutte le conseguenze della sofferenza e paura, non ho una visione chiara, la paura mi fa agire con superficialità, fretta, senza attenzione, senza ponderare equilibratamente, le mie facoltà intellettive non rendono a pieno, dico parole e faccio cose che in momenti più tranquilli non direi e a volte me ne posso anche pentire. E’ evidente quindi che se io mi sento minacciato perché mia zia è vicino a me, oppure perché qualcuno parla male della mia squadra del cuore o del mio autore preferito, oppure ridicolizza le idee sul mondo a cui sono identificato, e io soffro e ho paura, allora è evidente che possa agire o reagire con un tono di voce che magari offende e fa soffrire le idee a cui è identificata una terza persona, oppure cercare di difendere la mia idea e uscire dallo stato di sofferenza mettendo molta attenzione a questo processo e considerando meno del dovuto altri fattori e far soffrire per questa mancanza altre persone ecc.. insomma una catena di sofferenza e ulteriori accumuli… In un momento di estrema sensazione di minaccia una persona può anche fare gesti che danneggiano altre persone o se stesso. La violenza non nasce dalla sensazione di minaccia alle idee a cui siamo identificati?

Riassumendo abbiamo indagato sulle attività dell’io (Vedi post sull’Osservatore) e abbiamo visto che l’io è un entità costante nel tempo, è colui che soffre, che ha paura che cerca sicurezza e soddisfazione definitiva… Colui che percepisce come personali tutte le possibili emozioni. E abbiamo visto che non vi è nulla di esistente che sia costante nel tempo, che mantenga costanti tutte le sue caratteristiche essenziali nel tempo. Nulla nella materia che possa dire “faccio questo ora per soffrire di meno domani”. Solo le Idee, i concetti e i contenuti delle memorie rispettano tale condizioni.
Abbiamo poi indagato sulla sofferenza e visto che nasce non dal fatto ma da un processo del pensiero di interpretazione soggettiva del fatto (Vedi post sulla sofferenza). Abbiamo visto bene che nessun fatto è causa reale di sofferenza ma la sofferenza deriva sempre da interpretazioni soggettive, soffriamo cioè quando determinate idee a cui siamo soggettivamente identificati vengono minacciate. Abbiamo visto infine, nei dettagli, come nessun fatto può essere conosciuto, o approcciato tramite il processo del pensiero (Vedi il post sulla Novità del Fatto). Un fatto è sempre nuovo e non può essere Riconosciuto, ciò che conosciamo è il passato, noi percepiamo tramite il pensiero esclusivamente la memoria e l’idea del fatto e non abbiamo alcuna relazione col fatto reale.
Ora abbiamo visto più nel dettaglio il processo del pensiero che agisce a partire dall’esperienza (che a volte chiamiamo “conosciuto” come sinonimi) per interpretare il presente. Abbiamo visto come teniamo a migliaia e migliaia di idee e come provocano piacere dolore paure ansie e tutta la griglia delle emozioni. Abbiamo visto come il tenere a queste idee ci influenza completamente nell’affrontare il presente, il nuovo e come lo interpretiamo soggettivamente senza mai averne chiarezza e inesorabilmente memorizziamo di nuovo le interpretazioni ingrandendo una traccia di esperienza in noi. Memorie di sofferenze e piaceri grandi e piccole, memorie di conclusioni e interpretazione su quello che fare come farlo, su cosa ci porterà piacere e cosa dolore, cosa cercare e cosa evitare, sulle rappresentazioni di noi stessi, del pensiero e del mondo. Migliaia di nomi e idee a cui ci identifichiamo e a cui teniamo. Come cerchiamo di difendere tali idee confermarle ripeterle, e come abbiamo paura e soffriamo e ci sentiamo smarriti indifesi e soli e insoddisfatti e incompleti se vengono minacciate o se non possiamo ripeterle come vogliamo. Di come queste identificazioni e dipendenze ci facciano sentire in una continua minaccia del futuro e di come siamo sempre in attività per migliorare, confermare, ripetere cercare sicurezza o piacere nelle idee. Abbiamo visto bene che tutto ciò non ha alcuna relazione con i fatti reali, ma che tutte le emozioni nascono dal processo del pensiero legato alle esperienze, ovvero a percezioni di idee e memorie interpretate.
Ora il passo fondamentale…
Questo IO a cui teniamo tanto, questo io che è base essenza di noi stessi, che ci fa sentire a volte tanto impauriti soli smarriti, essenza di tutti i nostri piaceri e dispiaceri passati e futuri, questo io che soffre se minacciato, gioisce se confermato, sempre in attività per cercare conferme e soddisfazione… Questo io che sceglie fra varie possibilità allo scopo di massimizzare il piacere e la sicurezza e minimizzare la paura e la sofferenza, utilizzando le esperienze a sua disposizione e la conoscenza, utilizzando il pensiero… Questo Io per cui lottiamo, combattiamo, a volte ci adiriamo e diventiamo violenti tanto ci teniamo proteggerlo, questo io che giustifichiamo che vogliamo preservare… Questo Io costante nel tempo come le idee e le memorie, senza contatto alcuno con i fatti reali… Questo io che soffre a causa di interpretazioni soggettive, a seconda delle infinite idee, conclusioni, memorie a cui tiene ed è identificato…
QUESTO IO E’ DIVERSO DALL’ESPERIENZA? Vi è nella realtà di fatto un Io diverso e separato dall’esperienza, che la percepisce come sua, un io che utilizza l’esperienza, un Io che non sappiamo collocare nella materia ma solo nelle idee? La rappresentazione di un io separato dall’esperienza ci da una chiarezza definitiva e coerente su come stanno le cose? Oppure in questa rappresentazione che abbiamo da millenni rimarremo sempre all’interno della confusione e incoerenza? Vi è l’esperienza e l’IO? Oppure Vi è solo il processo dell’esperienza nella realtà delle cose? Che Agisce come descritto in base a idee, conclusioni, memorie di sofferenze e piacere, nomi ecc a cui teniamo? L’Io è una cosa diversa da tale insieme di idee? Oppure l’io, la nostra intima vera essenza da difendere che ci provoca tutte le emozioni non è altro che la somma completa di un groviglio di conclusioni accumulate da noi stessi e da altri in millenni e millenni di pensiero e esperienze a cui ci teniamo stretti e teniamo emotivamente? Quando soffriamo, non ci sentiamo intimamente isolati? La sensazione della sofferenza e dalla paura non è alla sua base una sensazione di isolamento, la minaccia che ci viene non viene forse da un esterno che non siamo noi? Non siamo intimamente convinti di essere separati da tutto ciò che esiste? Che siamo separati dalla nostra esperienza e dal nostro pensiero? Mentre soffriamo non ci tiriamo fuori? Come un respingere ogni cosa? Nel momento della sofferenza siamo aperti all’intelligenza alle percezioni o ad aiuti esterni? Non vogliamo rifugiarsi in un angolo inattaccabile e ci sentiamo essenzialmente separati da tutto ciò che possiamo immaginare? Non immaginiamo che questa entità sia separata dalla nostra esperienza e pensiero e che lo possa causare? Questa convinzione di separazione trova riscontri nella realtà? è coerente? Esiste una qualsiasi cosa nella realtà che sia separata dal resto? O è solo una delle tante convinzioni che abbiamo in memoria e che fanno parte della nostra esperienza?
Ma vi è un Io nella realtà effettiva delle cose? O c’è solo questa sensazione di isolamento e siamo pieni di convinzioni non indagate fino all’origine? E’ l’io che causa il pensiero? O è l’esperienza che si esprime nel suo processo continuo? E che fra le tante idee genera anche l’idea di un io separato che causa tutto? L’Io non è solo un idea fra le tante contenuta nelle esperienze personali e sociali, cultura tradizioni ecc? L’Idea di un Controllore che tiene le fila di tutta l’esperienza? E se cosi fosse, se L’io fosse un gomitolo di idee, allora dove è, se c’è, qualcosa di superiore, di intelligente, creativo, non ripetitivo, qualcosa di vitale, di propositivo, pieno di energia? C’è questo nel processo dell’IO?
Siamo arrivati a poter affrontare il limite ultimo dell’esperienza…
Può l’io migliorare se stesso? Un gomitolo di idee con emozioni fortissime tese ad autoconfermarsi, tese a cercare senza sosta una continuità e sicurezza nel tempo, può modificare alla base il suo processo di esistenza? Può un gomitolo di idee generare qualcosa? Essere causa di qualcosa? Può causare il movimento reale del pensiero nella materia o può interrompere tale movimento? O la causa di un movimento reale è sempre in un energia reale e non in un idea? Può L’io migliorare fino a liberarsi da tutto l’insieme di idee, dal processo dell’esperienza e dal pensiero che non permette contatto dalla realtà? Può cioè l’Io avere una visione chiara e non interpretativa e soggettiva? Oppure l’io per sua natura tende a cercare una sicurezza nel futuro? Partendo sempre dalle sue identificazioni di base? Vi è pensiero senza identificazione? Esiste una sicurezza reale e definitiva nel futuro? Esiste qualcosa che sia definitivamente continuo nel tempo? Può L’Io che soffre se non confermato, che tiene fortemente alle sue idee, può l’IO con una sua azione del pensiero, tramite il confronto, la scelta e l’esperienza, arrivare ad una azione di tale profondità da liberarsi dalle sue stesse basi? O abbiamo bisogno di un altro strumento? Sappiamo controllarci, modificare le nostre azioni e espressioni, allo scopo di avere un comportamento che ci faccia affrontare il presente con maggiori probabilità di consolidare rivivere e ripetere le idee a cui siamo legati e che ci danno soddisfazione e sicurezza e maggior probabilità di difenderle dalle possibili minacce. Ci controlliamo allo scopo di modellare un comportamento che ci porti a trovarci in circostanze dove le nostre idee sono il meno possibile minacciate? Ma tramite il controllo e la volontà potremmo mai liberarci dalle idee a cui siamo legati?
Qualsiasi azione dell’Io anche la più nobile: Il migliorare, il liberarsi, l’ottenere piacere eterno e costante, chiarezza o illuminazione non corrisponde forse ad un voler ottenere un certo risultato che abbiamo in mente, quindi già conosciuto, e elaborato tramite l’esperienza, risultato che ci vuole portare sempre verso la ricerca del piacere sicurezza soddisfazione? Cioè della conferma delle idee che noi già credevamo di essere o comunque elaborazioni di esse? Ma comunque sempre idee che poi dobbiamo riconoscere? Se facciamo una azione con un obiettivo, un azione con il processo della volontà, tale volontà del pensiero e dell’io, e tale obiettivo non è sempre una elaborazione della esperienza? Ovvero un nuovo tassello di esperienza a partire dalle precedenti, esperienza da mettere in pratica, programmare, eseguire e poi infine, non cerchiamo di riconoscere se abbiamo o no raggiunto il risultato che volevamo? Ma se lo volevamo, può essere diverso dal processo dell’esperienza? Quello che vogliamo non è confermare le nostre infinite identificazioni e le sue elaborazioni? Quindi sempre idee? Non vogliamo allora rimanere e confermare l’identificazione in qualche gruppo o elaborazione di idee? Non vogliamo infine un processo da poter concludere? Riconoscere e concludere? Che poi possiamo dire, abbiamo raggiunto questo, mi piace era quello che volevo, oppure non era quello che volevo… La Volontà consapevole e il desiderio fin dalla sua più profonda origine, non è il risultato (a secondo dell’intelligenza, dell’introspezione, dell’attenzione, delle capacità fisiche e mentali) di tutte le idee a cui siamo identificati e che vogliamo ripetere e proteggere, con tutte le loro conclusioni e interpretazioni accumulate in anni e anni? Con la Volontà Non siamo forse sempre nello stesso identico processo immutato dell’esperienza? L’io può tramite la volontà e la scelta liberarsi dal fardello dell’esperienza? O l’Io è effettivamente tale esperienza? Quindi nessuna volontà a partire dall’esperienza ci potrà mai portare a riconoscere un risultato che sia libero dall’esperienza? Il riconoscere non riconosce sempre il conosciuto? Un fatto reale di cambiamento si può riconoscere? L’Io, la volontà, la scelta e l’esperienza e conoscenza hanno radici separate? Non vi è sempre l’identificazione emotiva in un gruppo di idee in tutti questi processi? Non vogliamo cioè credere effettivamente, intimamente e con tutte le nostre forze di essere IDEE? Allora SE vediamo questo, ci dovremmo chiedere se esiste dell’altro? Vi è energia non provocata dal pensiero e dalle idee? Vi è vita? Creatività intelligenza nella realtà e non nelle idee? SE non vediamo invece questo fatto (che noi effettivamente ci vogliamo credere idee, come fatto definitivo e naturale, immodificabile dalla volontà), ma lo supponiamo, lo teorizziamo, lo ipotizziamo o lo condividiamo superficialmente o Razionalmente, allora l’indagine su cosa c’è oltre e alla base di ciò è prematura, pura teoria senza azione di cambiamento, sono idee, cioè, sempre gestite dall’io e dall’esperienza, come tutto l’insieme di altre idee, e conclusioni sempre esistite.
L’esperienza ci serve se vogliamo capire le dinamiche di una malattia, per raffinare i nostri modi di pensare, per costruire armi sempre nuove e sofisticate, conosciamo e miglioriamo continuamente nuovi metodi di azione, sempre più efficaci, che partono da alcune basi e vogliono raggiungere alcuni obiettivi…Le scienze ci aiutano in questo… Ma ci può essere d’aiuto l’esperienza per migliorare il processo di base di noi stessi che provoca la sofferenza, lo smarrimento, la paura, la solitudine, ogni cosa per cui viviamo e pensiamo? E tutte le sue dinamiche e conseguenze fino alla violenza la guerra e la povertà? Che causano a loro volta sofferenze per catene di generazioni? Migliorarlo fino ad avere chiarezza? Essere liberi dalla paura a dalla sofferenza? Può l’esperienza risolvere la radice di tutto ciò? O l’esperienza è un processo continuo da millenni che non può annullare se stesso? Nel momento che la vedremo completamente, in ogni suo dettaglio senza esitazione ne dubbio, nel presente e senza interpretazioni soggettive, in tutte le sue relazioni e dinamiche, la risposta si mostrerà a noi in maniera semplice, senza scelta…
Ci serve sentire paura (e tutte le conseguenze della paura) per la minaccia ad una idea? Ci serve sentirci minacciati se non possiamo confermare una nostra idea? Oppure sarebbe più naturale provare emozioni per i fatti che ci circondano e partecipare consapevolmente alla realtà? Ci serve tutto il carico di sofferenza che proviamo durante la vita e che ci logora anche fisicamente causato per una minaccia ad un idea? Ci serve la guerra, la povertà, l’incoerenza, la paura? E’ intelligente non avere chiarezza su nessun fatto, ma occuparci solo di percezioni di idee e memorie? Non vogliamo capire e avere chiarezza su cosa siamo e come ci comportiamo? Non vogliamo sapere i desideri i motivi le spinte profonde per tutte le nostre azioni? Ogni azione anche quelle della scienza e della tecnica (dove è necessaria l’esperienza) non partono da un desiderio interiore, da una volontà dell’io? E quindi vi è qualsiasi elemento della realtà che può essere escluso da tale indagine? Anche ogni attività della scienza porta con se all’origine tutti i problemi e le questioni affrontate finora. Assodato che per imparare l’inglese serve esperienza, ho idee chiare sulle dinamiche per cui voglio imparare l’inglese? Per avere più possibilità di trovare un lavoro che mi permetta un tenore di vita che mi piace? Per compiacere un genitore? E alla base di tutte queste conclusioni intermedie, non vi è forse, sempre lo stesso processo del pensiero e dell’esperienza di base con le stesse identificazioni, paure, questioni e dubbi? Conosciamo veramente l’origine di tutto ciò a cui teniamo? Se non lo conosciamo come potremmo ottenere quello che vogliamo e che ci interessa?