lunedì 1 dicembre 2008

Le Forti Risa dei Bambini

Estratti vari dal “Richiamo della Grande Madre”

bambino2my4 

Gli uomini non possono amare.
Animali elementari si contraggono ciechi, spinti da bisogni innati,
come pulcini spiumati con gli occhi ancora chiusi,
gridano e aspettano il nutrimento con la bocca spalancata
al primo alito di vento che scuote il nido.



Il buio profondo…
Poi lentamente emergo in rem
non-rem
rem
non-rem
rem
Il risveglio
Un velo bianco sul cristallino dell’occhio
Il mare calmo
La stanchezza di lasciarTi
La luce sull’uomo
La rassegnazione
Il volto vinto
Gli occhi stanchi
Il corpo bagnato
La schiena fredda
Le guance infuocate
La lacrima
La compassione
La regressione
La coperta fino agli occhi
La posizione fetale
Il buio
L’abbraccio sul cuscino
Il dolore
La disperazione
Il giorno che nasce
Le facce senza volto
I brividi
La paura
I nervi tesi
La solitudine profonda
Il lungo sonno senza sogni
L’immobilità
La voglia di gridare
La violenza sterile
La notte amica
Il silenzio assordante
Il ticchettio della sveglia
La macchina che passa sull’asfalto bagnato
Le finestre appannate
Le luci spente delle case
Il calore
I sospiri profondi
I pensieri stanchi
La gola chiusa
Le labbra secche
Le convulsioni
Gli occhi fissi
Il soffitto
I sogni ormai andati
La storia antica
Il gusto della solitudine
Il calore dei sogni
La voglia di essere…



LE FORTI RISA DEI BAMBINI
I. Vento e Nebbia


Mi vedo come si vedono i bambini, di spalle, in un bosco di nebbia, in un involucro di pelle liscia. I pensieri non si disperdono nel vento, ma compatti mi vengono incontro… Guardando a terra mi sforzo incurante di camminare, sconsolato, faticosamente piegato in avanti, contro un vento palpabile come il latte che travolge le percezioni, entra negli occhi, nelle orecchie… e si ferma davanti la bocca.
I suoni sono drogati, ovattati. Il sibilo del vento e il frastuono della tempesta rendono ogni suono distante, impassionale. Si direbbe che il vento filtri e adegui le informazioni in un nuovo ordine. Le bocche che appaiono si muovono rallentate e i suoni, non sincronizzati con le immagini, si sentono con grande sforzo. Tutto qui è un continuo sforzo, un’affannosa ricerca. Saresti costretto a fermarti e concentrarti ma non capisci… non si capisce… sono sempre distanti… vengono da lontanissimo e vorrebbero appartenerti. Osservi le espressioni di questi volti che ti supplicano, ti piangono… ma tu non li riconosci. Puoi disperarti quanto vuoi ma qui non ti ricordi niente. Non hai scelta, tutte le tue valutazioni critiche, tutti i tuoi pensieri, sono sognati. Tutto quello che credi di capire è stato già capito per te. Il rumore soverchiante e costantemente presente sovrasta quello che penetrerebbe dall’esterno. Anche le immagini sono filtrate dalla fitta nebbia. Mentre continuo a camminare automaticamente, compaiono immagini immature che vivono non integrate nel paesaggio, nello spazio e nel tempo. Sono visioni, nebulosi frammenti di sogni. Persone che vivono e si muovono nel passato o particolari che vivono nel ricordo presente. Le osservo scorrere intorno a me, o sono io che cammino… Scivolano come una barchetta di carta in un ruscello che invece di sbattere contro lo scoglio, lo accarezza, come prevedendolo, e poi segue il vortice della corrente continuando calmo la sua traiettoria. Non riesco a capire se si muovono assieme al vento o autonomamente nel paesaggio esterno, tutto è così anomalo, fuori tempo, sfasato. Non si può fare nessun confronto qui dentro, il tempo è distorto. Queste immagini sfuggenti si dissolvono prima ancora di nascere completamente, prima di essere afferrate, capite. Non si fermano. Sono tutte immagini importanti e per questo vorrebbero essere capite, sentite. Invece si sovrappongono, scorrono, si trasformano, sfumano. Un’automobile da corsa, una striscia di fuoco sfreccia di fronte agli spalti. Nella tribuna affollata centinaia di volti scattano seguendo l’immagine della scia. Le immagini, le persone che mi guardano da lontano e le visioni, sono attimi di passato, presente e futuro che rivivono ciclicamente, come un disco inceppato per sempre. Le persone che incontro sfiorano il mio campo e lo oltrepassano, continuando sempre a fissarmi, anche da dietro, compiendo degli archi con lenti ed ancorati movimenti del collo. Alcuni svaniscono dietro di me, lontano; altri entrano e rimangono dentro seguendomi.
Vivo all’interno di un intima aura vitale, piccola e calda, che circonda il mio spazio sagomando ed irradiando il mio corpo per 1 METRO. Il vento non penetra all’interno, nell’occhio del ciclone la visione è addirittura più nitida, più definita della realtà, concede più dettagli. Si potrebbe paragonare alla visione che si avrebbe con una maschera da sub gialla in un mare troppo calmo e dorato, immergendo di poco solo la testa dove l’acqua è più cristallina e guardando da vicino un pesce coloratissimo in una giornata stranamente luminosa, con la bassa marea prima del maremoto, nel momento in cui l’acqua viene inghiottita dal mare e lascia una grande buca silenziosa, gli uccelli non cantano e c’è quell’attimo di eterno isolamento e di estraniazione, sei con la testa a pelo d’acqua ad ispezionare la vita frenetica di questo scoglio vicino e basso, mentre dietro un muro gigantesco d’acqua offusca il Sole creando un ombra che racchiude il visibile e riopacizza la straordinaria vista, come per dispetto, una sfida…
si ferma ad aspettare che il bambino alzi la testa dall’acqua, che si volti, si tolga lentamente la maschera… e lo guardi per un istante…
Mentre l’acqua marina crea rigagnoli fra i capelli schiacciati del bambino formando code di serpente impazzito con i ciuffi fradici, e fra questi si trova delle strade scavando fiumiciattoli impetuosi di microcosmi euforici… niente si muove, solo il microcosmo.
Così si potrebbe tranquillamente ascoltare il sangue pulsare e scorrere. Questa nicchia è una barriera, uno schermo protettivo che ritaglia al vento una goccia di pace intorno a me dove posso sopravvivere, affannato, confuso. Sono un involucro? Sono l’involucro e l’aura? … o sono il vento… Perché sono costretto a pensare tutto questo?
 
…il vento mi confonde…
 
Non so qual è la mia Vera Maschera, gli strati si confondono e io cerco il mio inconscio, il nucleo elementare, i mattoni essenziali.
Voglio lasciarmi fuori tutti gli strati che riesco ad identificare,
Voglio andare molto oltre l’interno,
Voglio l’essenza, L’Assoluto.




II. Antichi Spiriti

Nemmeno il tempo arriva
fino al regno della penombra

Al di là della terra
una fossa marina di proporzioni Uniche
Custodisce nel profondo dei campi pulsanti,

pianeti d’acqua sovrastano e proteggono
questo piccolo tempio.

Fiori del mare e strani frutti senza occhi e bocche
vivono nel giardino segreto dei sensi.

Avanzo con leggerezza sul tappeto di fiori viventi
verso un trono di pietra

…In lontananza rovine di essenziali architetture sottomarine
rimangono velate.

Seduto sul mio trono mi lascio trasportare,
in questo luogo prezioso che è qui da un tempo lontanissimo,
da molto prima dell’uomo,
trovo l’Amore.

Teste nell’ombra escono dalle cavità nere,
mostri marini, squali, piovre giganti e serpenti sconosciuti,
adagiati sul fondo mi fissano immobili,
miei fedeli.
Disposti in cerchio preparano un alcova sicura nel mondo,
dall’alto sagome di angeli scendono guidate da uno,
anticipando segreti ancestrali.

A queste profondità nascono gli antichi spiriti del fuoco.

Oltre lo specchio dell’anima
regredendo nell’altra dimensione
trovo l’immagine di me stesso in attesa da sempre.
Ci scrutiamo,
pensiamo la stessa cosa.
Lo bacio passionalmente e poi lo Amo.
Ci uniamo in un orgia di sentimenti,
la più vera che possa mai provare,
l’unica che si possa provare.

Ci stendiamo e ci addormentiamo abbracciati
su questo fondo Uterino.




III.Evoluzioni

I Fase

Le mani stringono le maniglie, i muscoli sono tesi, si carica la spinta. Chiudi gli occhi e un’improvvisa accelerazione ti trascina avanti lungo lo scivolo lucido poi, seguendo dolcemente la traiettoria del metallo, acquisti sempre più velocità, vai sempre più giù… Fai fatica a respirare, l’aria spinge forte contro il torace che non riesce più ad espandersi, e contro il volto. Lo scivolo, prima verticale, ora da l’ultimo colpo di coda e ti lascia. Staccato, ora sei nel vuoto, fermo. Devi inspirare profondamente.

II Fase

A piedi uniti, rilassato, espiro profondamente, libero, su un trampolino di legno. Sotto di me migliaia di metri sotto, non c’è una piscina ma solo fitti alberi d’inverno. Le cime intorno formano un vuoto vertiginoso, la sfera di spazio fra le montagne tiene saldo il paesaggio e mette in relazione tutto ciò che è visibile.
Faccio un piccolo salto per stimolare, alla ricaduta, una risposta del trampolino che impassionalmente mi imprime un accelerazione sempre più forte del salto precedente. La forte spinta si esaurisce tardi, e rallento fino a restare in alto, fermo, in attesa di ricadere.
Passivamente riacquisto velocità, immerso nella forza della caduta che mi immobilizza. Affondo nel trampolino che molle offre resistenza ormai solo dopo essersi piegato notevolmente nel tentativo di fermarmi. Ora avverto nel corpo lo sforzo, la sofferenza del trampolino che, sfinito e piegato, curvo in maniera irreale, vuole portarmi su, in uno scontro di forze. Fino a che, caricato al massimo, la spinta dimostrerà la fermezza di una forza contraria. Infatti vengo catapultato in alto e inizio il mio viaggio a velocità inaudita. Non posso vedere distintamente, fa male tenere gli occhi aperti e l’aria non entra nel naso, lo stomaco scende, le caviglie e i piedi si fanno pesanti ed esplodono. La mia rappresentazione non è più visiva, è la mia extasi.
Mi manca l’aria, inizio ad espandere i polmoni, ma l’aria fredda entra solo quando sono prossimo a raggiungere la massima altezza. Inizio una morbida curva e mentre sfioro l’immobilità il mio corpo si ossigena e sono in alto, vivo, fermo, legato a niente, finalmente libero.
Guardo in basso e vedo il cratere del vuoto con il trampolino sospeso nel nulla, piccolissimo.

…Questa resistenza inaudita è sospesa nel nulla…
…da quassù perde ogni significato…


Inizio a ricadere, perso, il paesaggio lontano è sempre immobile qualsiasi velocità prenda, solo il trampolino mi viene incontro. Precipito e sento sfiorare a tratti una profonda assenza difficile da catturare perché esiste solo nell’attesa di un attimo, è sempre nell’immediato futuro. Il trampolino s’avvicina d’un tratto, ostile. In maniera travolgente entro nella curva, spingo con tutta la mia forza. Mi concentro e con leggeri ma coordinati e stabili movimenti delle ginocchia, della schiena e delle braccia, incremento la spinta che aspetto come una vendetta da cui sono assuefatto. Voglio sempre qualcosa in più del giro passato. Tutti i miei sensi sono aperti e aspettano avidamente la nuova spinta. Il climax è raggiunto un momento prima che il trampolino cominci a risalire, quando la sua enorme forza (generata e alimentata dalla mia) supera la mia e inizia a manifestarsi con il movimento contrario , ruggendo in maniera travolgente, straordinaria, quando è caico e, paradossalmente, piegato alla massima curvatura.
Mi piace aver paura di questo evento, ho i brividi, sono assente e non ossigenato. In questa giostra respiro a tratti. Proiettato in alto sono nulla, travolto da forze universali, create da me. La velocità mi confonde, sono un proiettile inerme, una stella cadente, un cucciolo di animale. Mentre mi innalzo perdo i sensi, i contatti con l’esterno.
E’ questo che voglio, un salto sempre più alto in un gioco dove non si vince mai, senza fine. Una ricerca affannosa senza soddisfazione, o pace. Cerco una spinta sempre più forte della precedente, aspetto la successiva in questo cerchio chiuso che si nutre di se stesso, crescendo e alimentando la sua fame. Fiero, con il petto contro l’infinito, sono sbattuto, senza possibilità di replica, da un’onda all’altra, godendo di questo gioco autodistruttivo. La frustrante attesa di nessuna nuova evoluzione e la velocità fanno da afrodisiaco per confondermi con il tutto, aumentando la solitudine di questa oscillazione sessuale.
Rallento e riacquisto coscienza, ma mi spingo sempre troppo oltre in questa altalena senza uscita, L’aria è rarefatta qui, sono distante da tutto, al centro di una sfera immensa, una ragnatela di forze. Ogni legame è sciolto qui, all’interno della sfera. Ogni forza è assente qui, all’interno della sfera. Le linee più vicine sono tratteggiate e tangenti alla sfera, mai all’interno. E’ un campo magnetico protettivo il cui centro è nel punto designato in cui sarò fermo, pronto per il tuffo della fine, quello più alto.
Rallento a velocità comprensibile e senza fare sforzi mi trovo nel punto di stallo, apro le braccia per il tuffo ad angelo, l’ultimo.
Un lampo, una croce nello spazio al centro delle cose importanti. Ora, in contatto con la realtà, sono immobile: stasi completa che sfioro dolcemente, con leggiadra calma. Il riposo, il rilassamento di tutti i muscoli, un extasi dei sensi che percepisco e mi commuove. Nell’assenza di gravità sono appagato. Extasi virtuale, perni sospesi, accecato da mete fittizie, regni instabili, corrispondenze nello spazio e nel tempo con l’incrocio unico di mille percorsi, Sono un angelo che vola e si lascia cullare, immobile nel suo momento eterno.



IV
“Come un ente creato con un qualsiasi artificio
è soggetto alla nascita e alla morte,
così un ente evocato dall’immaginazione di un mago
o visto in sogno
appare…
e scompare.”
Mandukya Upanisad


Un gatto che passeggia piano, sinuoso e noncurante, ogni tanto si lecca le zampe, a volte si lascia affascinare da qualcosa intorno e si distrae, poi inaspettatamente continua senza saperlo ad andare nella stessa precisa direzione, come se avesse veramente qualcosa da fare, come se sapesse veramente dove andare…
 
…e il gatto diventa un topo che odora epiletticamente l’aria trasparente e cerca anche lui in maniera caotica quello che non ha avuto; poi corre veloce, fugge rincorrendo leggeri odori che lasciano tracce indelebili…
…e il topo diventa una mosca che sbatte, sbatte mille volte contro un vetro e, in fin di vita, stremata, torna ancora a schiantarsi sul vetro…
…e la mosca diventa un salmone, un pesce che dal mare affronta la terra, la corrente e i vortici, risalendo la montagna fino ad un ruscello quasi senz’acqua…
…e il salmone diventa una leonessa che si accovaccia e aspetta interminabili attimi di purezza con l’occhio fra gli arbusti, senza muovere nessun muscolo, senza riposare, con la mente pulita da altri pensieri nell’attimo in cui è ipnotizzata dalla preda…
…la leonessa chiude gli occhi…
…e si trasforma in un verme che viscido striscia sotto terra e mangia la terra che noi calpestiamo, avanzando cieco e indipendente sotto le nostre vite che si sfiorano…
…infine il verme si trasforma in pura luce, illumina la totalità comprensibile…
…e diventa Dio.
 
Anche gli angeli sono abbandonati, muti e tristi, accovacciati in controluce sulle basse rovine. E le bestie sole si aggirano a quattro zampe al tramonto nella ricerca di sangue; dietro di loro una semisfera azzurra, bianca e trasparente, una cupola bagnata e lucente: come sempre è un feto, il suo feto futuro. I riflessi del sole morente in un aurora boreale perenne. Si apre uno squarcio nelle pietre, e un raggio di luce esce dalla cupola e si libera, taglia lo spazio e abbaglia il cielo verso una direzione precisa…


( …prende vita la visione… i colori sbiadiscono come diventasse sera…
…voci calme fuori campo… da lontano dei bambini ridono… )


Dio è lo spirito di un bambino che gioca e si diverte,
Dio è le forti risa dei bambini.



Come Dio con gli uomini
L’innocenza di un bambino sovrappensiero
Dovrebbe giocare con la terra


Si strapperebbe dall’alto tutto ciò che è poggiato provvisoriamente su questa terra fino agli orizzonti, e si formerebbe un enorme gomitolo chiudendo gli angoli della tovaglia e facendo attenzione a non fare cadere niente; poi si porterebbe tutto lontano. Infine si apparecchierebbe di nuovo, per bene. Con calma, innumerevoli tipi di posate d’argento sarebbero disposte ordinatamente intorno ai vari piatti di porcellana decorata, svariati bicchieri di cristallo lavorati e di ogni forma e dimensione, una per ogni bevanda che ci disseterebbe.
Ci sarebbero anche candele e fiori sul grande tavolo silenzioso
 
…il tintinnio lontano nelle case delle posate prima del pranzo…
 
Una volta il complicato incastro scivolerà perfettamente e si manifesterà in maniera semplice, silenziosa…
…si presenterà a lui senza parole, con un abbraccio.
 
… In quel momento preciso, quello del concepimento, il tempo e lo spazio collasserebbero, gli astri dell’universo perderebbero di significato, e anche le leggi fisiche e la logica, così come noi la concepiamo, per un attimo subirebbero un salto. Ciò non potrebbe essere descritto né come un nuovo big-bang, né come un’inversione del tempo, né come un cambiamento nelle relazioni fra gli oggetti, e neppure come una espansione della comprensione, perché in quel preciso, intimo istante, non esisterebbe il concetto di misura come tale, non esisterebbe “un concetto”.
In quel momento, un neonato si sveglierebbe dalla sua seconda nascita, si alzerebbe piano…


…Il volto rilassato, le labbra rosa, il sorriso accennato, gli occhi socchiusi,

la pace completa nell’assenza…
Un nuovo primo respiro… aprirebbe gli occhi… e… finalmente…

…ogni cosa avrebbe il suo posto, il suo ruolo, il suo preciso significato.

Tutto sarebbe piacevole alla vista, pulito e accogliente, e la restante calma e il profumo fresco stimolerebbero dei sorrisi di compiacimento e orgoglio.

Infine, per completare l’opera, si sistemerebbero con cura i soldatini e le casette come dovrebbero stare…

…solo allora potremo incominciare ad imparare
a stare in silenzio…

…in silenzio.



Marco Canestrari
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