domenica 10 agosto 2014

Cos'è la Meditazione e Come si Medita

DI MARCO STEFANELLI


La meditazione e' la base indispensabile per ogni cammino di conoscenza per la vita stessa. Ogni fede, ogni filosofia ne parla da sempre. Ne esistono innumerevoli forme. Molti la praticano. Molti ne sono intimoriti. Molti sono gia' dei meditatori formidabili.

Che cosa è la Meditazione

Fine della Meditazione è l'unione dell'individuo con la fonte della vita, con la Mente Universale, con il Creatore, comunque lo vogliate chiamare.

Qui è importante considerare subito una distinzione che è veramente fondamentale, cioè la motivazione, lo scopo della Meditazione stessa. Da questa infatti dipendono i risultati che otterremo.

La molla che ci spinge può essere di due tipi: cercare il controllo della nostra mente, lo sviluppo suo e dei suoi poteri, oppure cercare il giusto uso della mente per fini spirituali.

Queste due motivazioni dipendono dalla dualità in cui si svolge tutta la nostra vita. Qui siamo posti di fronte alla scelta tra il potenziamento per il mondo materiale o per quello dello spirito.

Gli esercizi possono essere gli stessi, ma la motivazione farà la differenza per i risultati che otterrete. La differenza nei risultati dipende dalla motivazione, da quale molla ci spinge, perché i miglioramenti ottenuti dalla nostra conoscenza e dal nostro potere sono forze neutrali che diventano positive o negative secondo l'uso che ne facciamo. Bisogna fare anche attenzione a motivazioni minate anche sottilmente, rivestite di apparenza di nobiltà. E' importante quindi ripeterci spesso la domanda circa la vera molla che spinge. La risposta dovrebbe essere inequivocabilmente che desideriamo conoscere meglio le leggi della natura e della vita, per vivere meglio e più consapevolmente per noi stessi, ma anche per aiutare altri a imboccare questa strada evolutiva.

Secondo concetti antichi, espressi dal Dott. Baker, medico ed esoterista inglese, le finalità della Meditazione si possono riassumere in tre punti:

- Allineamento tra corpo fisico, eterico, astrale, mentale.

- Entrare in contatto con il Sé Superiore.

- Esprimere nel vissuto quotidiano le ispirazioni del mondo spirituale.

E qui vorrei sottolineare l'importanza anche dell'allineamento di cuore e mente. E' infatti evidente che, per un sano equilibrio, la mente non deve correre avanti a un cuore in attesa, né trascinarsi dietro al cuore con nostalgia.

La Meditazione esiste nel passato di tutti i popoli e rappresenta i diversi tentativi fatti dall'uomo per ritrovare la propria origine trascendente. La radice della Meditazione è la stessa nelle diverse tradizioni, nonostante le differenze apparenti, ed è facile trovare tecniche analoghe in tutto il mondo...

Differenze fra Concentrazione e Meditazione

La concentrazione è una allenamento controllato volontariamente. E come quando, per imparare ad andare in bicicletta, proviamo e riproviamo i diversi movimenti. LaMeditazione è quando ormai siamo padroni di tutti i movimenti, ci diamo una meta e ci dirigiamo verso di essa, senza più pensare a cosa dobbiamo fare per pedalare e stare in equilibrio. Un altra differenza è che la concentrazione può anche essere semplicemente utile nel quotidiano, mentre la Meditazione ha un contenuto spirituale, più elevato, ma anche più impegnativo. Così le tecniche di concentrazione possono essere oggetto di studi e insegnamenti retribuiti, fare parte di corsi veri e propri per una maggiore efficienza e resa dell'individuo, mentre la vera Meditazione fa parte di una sfera diversa, soggetta a leggi diverse. La vera Meditazione è quella volta ad un continuo miglioramento della nostra vita spirituale, con tutto l'impegno che questo comporta. E' quindi uno studio che segue percorsi particolari.

Meditazione secondo i Veda e le Upanisad

Una teoria fa risalire l'origine della Meditazione a circa 5.000 anni fa, ai Veda, antichi testi sapienziali indiani espressi in forma di miti e simboli, ed è una pratica fondamentale per mettersi in rapporto con la divinità. E' un percorso progressivo attraverso diversi livelli di assorbimento profondo, che richiede una purificazione di tutto l'essere e culmina in una elevazione illuminante, attraverso il potere evocativo della preghiera con cui l'uomo raggiunge la dimensione della trascendenza.

E' probabile che anticamente venissero anche usate sostanze, pratiche e tecniche che favorivano cambiamenti di stato. Le tecniche meditative si possono raggruppare in tre categorie:

- Meditazione mantrica, basata su ripetizioni di parole, frasi, canti, preghiere, invocazioni, lodi.

- Meditazione visiva, basata sulla visualizzazioni di divinità o dei loro simboli.

- Meditazione che fonde cuore e mente, basata su un concetto in grado di assorbire interamente l'attenzione del meditante. Da questa fusione dipende la veggenza più profonda.

Secondo il Rigveda, antichi testi sacri, meditare significa sospendere le attività mentali fuorvianti per ritrovare l'uomo reale. Ciò elimina lo sforzo di apparire ciò che non si è e ci riunisce con la nostra divinità interiore.

Ma la meditazione, proposta nei Veda, viene definita successivamente, nelle Upanisad, antichi testi sacri nati come commento e conclusione dei Veda ed espressi in linguaggio diretto. Nelle Upanisad il divino è già dentro di noi, ed è chiara la distinzione tra "io psicofisico" e "io o sé spirituale". Solo questa conoscenza può portare l'uomo sulla strada della liberazione dal karma, liberandolo da maschere, travisamenti, blocchi.

La mente, impegnata in attività conoscitive devianti, travisa le cose e si perde in miriadi di parole e di concetti, invece di raggiungere l'essenza delle cose. Da qui nascono le contrapposizioni e la continua fuga da noi stessi in uno sforzo di mistificazione che porta alla perdita della nostra identità, al senso di vuoto, ad angosce e paure. La via d'uscita da questa situazione di sofferenza è la meditazione, che sospende le attività mentali falsificanti e ci porta a ritrovare noi stessi e il divino dentro di noi, l'energia da cui nascono i nostri poteri. Per reintegrarci con questa energia dobbiamo meditare sul suo splendore, integrarlo in noi, nei nostri pensieri, così da trasformarlo in illuminata visione della realtà. Questa conoscenza ci porta sulla strada della liberazione dai legami karmici.

L"io" esterno dell'uomo è il prodotto dalla famiglia, dalla eredità genetica, dall'ambiente, mentre il suo sé spirituale è incontaminato e incondizionato. Il sé individuale che è in noi è parte del Sé cosmico che tutto comprende, li ha le sue radici. Dentro di noi, qui e ora è la risposta alle domande: "Chi siamo? e da dove veniamo?". La verità può essere conosciuta attraverso una esperienza interiore, perché è dentro di noi. E in noi dobbiamo anche riunire la nostra parte maschile con quella femminile per ritrovare la nostra originaria unità, alla quale tendiamo.

Sintetizzando tutti i concetti contenuti in questi testi, seguendo diverse pratiche meditative, arriviamo a uno stato di non-pensiero che ci permette di comprendere le verità fondamentali della condizione umana. E questa conoscenza deve diventare "vissuto".

Libri consigliati:
Jeanine Miller - I Veda - Ubaldini Ed.
Upanisad antiche e medie - Ed. Boringhieri 

Meditazione secondo il Buddismo

2.500 anni fa, quando visse il Buddha, la meditazione era già praticata secondo diverse tradizioni. Egli ne sperimentò alcune, ma senza piena soddisfazione: voleva eliminare la sofferenza dal mondo in modo permanente, attraverso un cambiamento radicale della condizione umana.

E l'illuminazione gli venne durante la ormai famosa meditazione sotto l'albero. Ma la cosa importante è che sotto l'albero si è messo a meditare spontaneamente, spinto da una esigenza interiore molto forte, non durante una classe, non per volontà, ma per una autentica forte aspirazione interiore. Le classi gli avevano dato le basi, per seguirle c'era voluta la volontà, ma la vera meditazione è nata dentro di lui. In quella meditazione ha pensato a lungo a ciò che aveva fatto, poi si è messo ad osservare i suoi pensieri da fuori, come se appartenessero ad altri. E le cose gli sono apparse prive di contenuto, esistenti unicamente come effetti interdipendenti di un gigantesco processo; anche l'io gli è apparso come un aggregato temporaneo di funzioni: l'essenza di tutti i fenomeni è la vacuità, per questo gli sforzi di essere qualche cosa falliscono. Il frutto della sua meditazione non è stato il risultato di uno sforzo per conseguire qualche cosa, ma di una autentica esigenza interiore. Lo sforzo di diventare qualche cosa è il principale ostacolo dell'uomo ad essere se stesso.

Per il Buddismo non bastano le buone intenzioni e una condotta retta per farci raggiungere l'illuminazione. Ci vogliono anche chiara comprensione, penetrante consapevolezza, mancanza di egocentrismo e costante Meditazione. Le scritture buddiste distinguono fra "arhat", colui che ha conseguito l'illuminazione, ma non la comunica agli altri, e "bodhisattva", colui che ha conseguito l'illuminazione e si propone di aiutare gli altri. Questa importante differenza ha originato due correnti fondamentali del Buddismo: Hinayana o Piccolo Veicolo, e Mahayana, o Grande Veicolo. Quest'ultima si basa sul concetto che il bodhisattva rinuncia ad entrare nel nirvana e rimane nel ciclo delle reincarnazioni per aiutare gli altri esseri senzienti a raggiungere l'illuminazione. Il bodhisattva deve comunicare e trasmettere un insegnamento che non è definibile né concettualizzabile, che non è svelabile a parole, ma che si può raggiungere solo attraverso l'esperienza. Così egli rimane un mediatore tra l'uomo e la verità, è l'incarnazione del messaggio, quindi dà alla parola ladimensione che essa non può avere, perché non basta conoscere la via, bisogna anche percorrerla.

Il bodhisattva è un aiuto, ma può anche essere un ostacolo quando l'allievo si abbandona ad un contatto passivo con il suo maestro, quando manca un contenuto realizzativo. Per questo lo Zen ammonisce: "Se incontri Buddha, uccidilo!". Il Grande Veicolo favorisce una graduale liberazione con la devozione, l'etica, la compassione, la riflessione, la quiete mentale, mentre il Piccolo Veicolo favorisce la possibilità di una realizzazione immediata con la tecnica della presenza mentale, della consapevolezza, della penetrazione intuitiva. I metodi di Meditazione delle due correnti sono simili e sono preceduti da 7 punti fondamentali, che hanno lo scopo di preparare l'allievo alla Meditazione attraverso comportamenti, conoscenze, purificazione e che con la Meditazione costituiscono l'ottuplice sentiero:

- retta opinione, cioè conoscere la realtà autentica delle cose;

- retto pensiero, o retta intenzione, cioè atteggiamenti improntati a compassione e armonia, senza egoismo ed emotività;

- retta parola, cioè attenersi scrupolosamente alla verità;

- retta azione, cioè non compiere nessun atto che possa creare sofferenza;

- retto modo di vivere, cioè non compiere azioni inutili;

- retto sforzo, cioè combattere il male esistente e adoperarsi per prevenirlo;

- retta memoria, o ricordare le verità fondamentali;

- retta Meditazione, cioè la Meditazione che dà forza ai sette punti precedenti. Questo è il punto che distingue il Buddismo da altre vie piene di precetti, regole, comandamenti, da sentieri lastricati da buone intenzioni, ma incapaci dì trasformare la personalità. E' la Meditazione che permette a questi punti di penetrare profondamente nell'allievo, di orientare la sua vita e di favorire un suo sostanziale cambiamento.

Buddha ha fuso elementì di diverse tradizioni con tecniche di meditazione che permettono di passare da enunciazione, conoscenza, comprensione intellettuale fino ad arrivare alla realizzazione concreta.

Libri consigliati:
N. Thera - Il cuore della meditazione Buddista - Ubaldini Ed.
Dhiravamsa - La via del non attaccamento - Ubaldini Ed. 

Meditazione secondo il Tao

Il Tao te ching, libro fondamentale del Tao è attribuito a Lao tzu, un maestro vissuto nel VI secolo a.C. Il Tao è l'inconoscibile per eccellenza, ciò che non può essere definito, ma che permette la conoscenza. E' il perenne mutamento, il continuo divenire dall'essere al non essere e dal non essere all'essere.

L'uomo che non è capace di osservare gli avvenimenti, non osserva, non riflette, non medita, che usa la volontà senza tenere conto delle circostanze, che vive in base alla razionalità, a rigida volontà di potenza, frastornato da troppe parole ed opinioni, alla lunga vedrà fallire i suoi sforzi.

Tutto è in continuo divenire, ogni polo si alterna al suo opposto, ogni cosa, ogni evento è condizionato dagli altri e condiziona gli altri. Il Taoista sa che ogni volontà, sforzo, desiderio, ambizione, mette in azione una forza contraria, che gli opposti si generano l'un l'altro. Ogni cosa che succede ha un senso relativamente al tutto, ha una funzione nell'insieme della creazione e della vita.

Principio fondamentale del Taoismo è il non agire contro natura, ma assecondare gli accadimenti. L'atteggiamento della durezza, della reazione, della conquista, della forza, della potenza sono sempre perdenti. Quindi: non contrastare, ma aderire, non imporre, evitare gli scontri frontali, meglio fermarsi.

La Meditazione Táoista ci chiede di fare il vuoto totale, di dimenticarci di tutto e di unirci a ciò che abbraccia il tutto. La sostanza delle cose è un nucleo di vuoto attorno al quale si mette la forma, è il non essere. Il vuoto Taoista è un continuum, un campo di azione indistruttibile e immortale.

La via è indefinibile, in continua-trasformazione, ma non è inafferrabile: esistono sempre dei segnali che permettono all'attento osservatore di capire in che direzione sta andando, a quali risultati sta andando incontro, quale comportamento è preferibile. Da questo concetto è nato l'I Ching, o libro dei mutamenti, che ci permette di indagare negli avvenimenti per conoscerli e potersene servire.

La tecnica di meditazione è la difficile arte del non intervento, della non azione, della osservazione fatta in punta di piedi per non turbare gli eventi, ma che ci porta a conoscerli per potere aderire ad essi e da essi farci supportare. 

Libri consigliati:
Tao te ching - Ed. Adelphi
Zhuang-zi - Ed. Adelphi
I Ching - Ed. Astrolabio

Meditazione secondo gli Yogasutra di Patanjali

Patanjali è vissuto tra l'800 e il 300 a.C. (la data non e' certa) ed ha fatto il primo tentativo di riassumere gli insegnamenti Yoga. Egli è partito da una base filosofica che ci dà una classificazione delle strutture del mondo tanto materiale che spirituale. Non crede che la sola conoscenza metafisica possa portare l'uomo alla liberazione, ma ritiene necessarie anche una tecnica di ascesi e una di Meditazione. Quindi è necessario arrivare a controllare e gestire l'attività mentale, e a questo si arriva attraverso una tecnica psico-fisiologica che possa sostituire al normale stato di coscienza uno stato di comprensione e di identificazione della realtà metafisica. In pratica, per liberarci dall'ignoranza, dagli errori nella conoscenza e dalle sofferenze che ne derivano, è necessario percorrere gli otto stadi del Rajayoga, come descritto negli Yogasutra: requisiti morali, requisiti disciplinari, posizioni fisiche, controllo della respirazione, controllo delle emozioni, concentrazione, Meditazione, arresto dell'attività mentale e raggiungimento dell'illuminazione. In pratica lo Yogi si libera dagli ostacoli di questa vita per tornare alla condizione originaria che è divina.

Libri consigliati:
Gli antichi insegnamenti dello Yoga - Ed. Gruppo Futura
Patanjali - Gli aforismi sullo Yoga - Ed. Boringhieri
Rammurti Mishra - Principi fondamentali dello Yoga Ed. Cappelli

Meditazione secondo lo Zen

Circa 15 secoli fa, Bodhidharma, maestro indiano di Meditazione, andò in Cina a portare le sue tecniche che, per successive trasformazioni dovute a diverse pronunce, hanno poi preso il nome di "Zen". A quel tempo il Buddismo cinese era ricco di cerimonie, riti, dei da adorare, dogmi, testi sacri, ma povero di contenuti. Bodhidhanna portò un rinnovamento spirituale a quel punto necessario e salutare.

Metafisica e morale sono prodotti della mente e la mente è il principale ostacolo all'illuminazione. Lo Zen, tecnica che abolisce ogni orpello, esteriorità, tradizione, filosofia è l'essenza della Meditazione, della Meditazione come assorbimento diretto.

Il pensiero di qualche cosa non potrà mai essere la cosa stessa. Qualsiasi strumento di osservazione interferisce con l'oggetto osservato, così anche la mente sovrappone le proprie categorie conoscitive agli oggetti conosciuti. Così la Meditazione Zen va diritta alla fonte dello spirito, al volto originario di ciascuno di noi, al non pensiero da cui scaturisce il pensiero. Rigore ed essenzialità sono le sue prerogative. Secondo lo Zen l'unica via possibile è quella di allontanare da noi il nostro mezzo mentale per riuscire a vedere senza di esso, perché il risveglio si verifica con il contatto diretto con le cose, spogliate di concetti e significati. L'insegnamento Zen si trasmette da Maestro ad allievo, da spirito a spirito, non su basi verbali, perché in nessun caso un concetto può rappresentare la realtà.

Del resto anche Buddha non amava le disquisizioni filosofiche, e Lao-Tzu ha detto: "Chi conosce il Tao non ne parla e chi ne parla non lo conosce".

Strumento dello Zen sono i Koan, proposizioni irresolvibili logicamente, che hanno lo scopo di far capire che la ragione non è in grado di risolvere il problema centrale della conoscenza di sé. Il ragionamento viene usato per distruggere il Koan e per metterne in evidenza i limiti. Infatti nessun procedimento discorsivo, per quanto lungo, porta alla soluzione, ma con la lunga riflessione sul Koan nell'allievo si produce il vuoto mentale, lo stato di non pensiero in cui potrà ricevere l'illuminazione.

Alcuni metodi usati dallo Zen hanno lo scopo di mettere in evidenza contraddizioni e limiti della mente e di portare la tensione intellettuale fino a un punto di rottura in cui la ragione si ferma da sola, perché non è più capace di proseguire. 

Libri consigliati:
Eugen Herringel - Lo Zen e il tiro con l'arco - Ed. Adelphi
N. Senzaki e P. Reps - 101 storie Zen - Ed. Adelphi
Katsuki Sekida - La pratica dello Zen - Ubaldini Ed.

Meditazione Ebraica

Già l'Antico Testamento accenna a tecniche di Meditazione e scuole profetiche. E i profeti utilizzavano arpe, tamburi, cetre e flauti e cercavano l'estasi, cioè la discesa dello Spirito su di loro. Il profeta ebraico è l'uomo che, ispirato da Dio, cerca di riportare la religione all'antica purezza e la Meditazione ebraica, fatta sulla parola di Dio, un Dio assoluto che non ama le mezze misure, richiede per questo una dedizione totale.

Ma l'interpretazione di una rivelazione fatta con il linguaggio umano, con tutti i suoi-limiti, richiede un grande lavoro. Da queste esigenze è nata la Cabala, come sistema di interpretazione dei testi sacri, che ha costituito la più importante tradizione mistico-esoterica della storia ebraica. I testi sacri sono considerati una manifestazione del divino, sono la parola stessa di Dio cristallizzata. Così ogni nome, ogni lettera è una concentrazione di energia trascendente e ha significati diversi al di là di ogni interpretazione letterale. Ne deriva che ogni preghiera, ogni ripetizione di un nome sacro diventano dei Mantra, vibrazioni superiori. Quindi la Meditazione è una azione mistica che stimola il potere creatore, ricostruendo l'unità originaria, rotta con il peccato. L'anima caduta, attraverso la Meditazione, può ripercorrere il percorso inverso della materializzazione, procedendo verso la spiritualizzazione.

In pratica l'uomo, guardando se stesso da fuori, con distacco, si trova ad un livello di coscienza superiore che, se mantenuto sufficientemente a lungo, lo porta ad accedere a livelli superiori; questo lo si può ottenere con l'aiuto di un maestro che utilizzerà preghiere e rituali tradizionali non solo come rappresentazione, ma come stimolo per mettere in azione forze trascendenti che altrimenti resterebbero inattive.

Libri consigliati:
Dion Fortune - La Cabala mistica - Ed. Astrolabio
Will Parfitt - Cabbalah - Ed. Piemme

Meditazione Cristiana Nelle culture Ebraica, Cristiana e Mussulmana

C'è la conferma che la Meditazione, considerata come mezzo per mettersi in contatto con la divinità, esiste in tutte le religioni.

Gesù, con il suo atteggiamento critico nei confronti del fariseismo, indica il rifiuto di una religiosità formale ed esteriore, per privilegiare la ricerca di Dio nella nostra interiorità: il Regno dei Cieli è "dentro di noi", ma è anche il "tesoro nascosto" vicino a noi. Il rapporto fra l'uomo e Dio si basa sull'adorazione, che è una forma di Meditazione. Anche i metodi di preghiera e attenzione portano ad una adesione spirituale totale: "Svegliati, tu che dormi, e Cristo ti illuminerà". La Meditazione Cristiana ci porta a riscoprire in noi lo spirito divino: siamo figli di Dio e, se siamo suoi figli, siamo anche suoi eredi e coeredi di Cristo. La preghiera meditativa, il cui scopo è l'illuminazione e la contemplazione di Dio, era la Meditazione preferita da Gesù, che al tempo stesso ci invitava a pregare "nel segreto" e a "non moltiplicare le parole". Essa è un metodo per mettersi in comunicazione con il divino, non per chiedere qualche cosa, ma per un continuo, costante dialogo con Dio, che è anche dentro di noi.

San Paolo, nella lettera ai Romani (8,26) fa una puntualizzazione importante: "Realmente con la nostra intelligenza non si può pregare, se non mettendosi in posizione di ascolto e se prima di essa lo spirito non prega".

Il Cristianesimo d'Oriente, che considera contemplativi e mistici come la più alta espressione di spiritualità, ha molto in comune con pratiche meditative orientali: distaccarci dalla esteriorità, purificarci e concentrarci per tornare in possesso di noi stessi e di tutti i nostri poteri. Il Cristianesimo Occidentale ha considerati con sospetto questi mistici, come esseri capaci di sottrarsi all'autorità della Chiesa. Malgrado questo ci sono mistici nella Chiesa Occidentale che sono passati dall'esperienza di tecniche meditative orientali. Citiamo primo fra tutti Sant'Agostino che, prima di convertirsi al Cristianesimo aveva praticato il manicheismo e studiato il neoplatonismo.

Numerosi sono i Santi che ci hanno lasciati insegnamenti importantissimi e sempre attuali. Ne citerò solo alcuni. Ignazio di Loyola, che ci indica una Meditazione discorsiva, basata principalmente sull'uso dell'immaginazione e della visualizzazione;Santa Teresa di Avila, che pone al centro della attività spirituale I'"Orazione mentale", cioè un frequente intimo colloquio con Dio; San Giovanni della Croce, per il quale due sono i punti fondamentali per arrivare a contemplare Dio: il distacco dei sensi e il distacco dello spirito. Così facendo si passa dalla meditazione alla contemplazione e dalla contemplazione all'unione.

Ma esaminando i metodi contemplativi di Oriente ed Occidente, si profila un unico processo meditativo, anche se le due correnti parlano di conoscenza contemplativa del Sé e conoscenza contemplativa di Dio, poiché Dio è la nostra stessa interiorità.

Libri consigliati:
Racconti di un pellegrino russo - Ed. Rusconi
Sant'Agostino - Le confessioni - Ed. Mondadori
Ignacio de Loyola - Esercizi spirituali - Ed. Mondadori
S. Teresa di Avila - Opere - Ed. Rizzoli
S. Giovanni della Croce - Opere - Ed. Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi
Enomiya Lassalle - Meditazione zen e preghiera cristiana - Ed. Paoline

Meditazione Islamica

Principalmente si tratta di quella forma di misticismo conosciuta come Sufismo. Secondo questa tradizione la via può essere percorsa solo da chi è interamente sgombro, e non ha bisogno di nulla, tranne che di Dio. Sufl è colui che muore all'ego e rinasce alla verità. Il Sufismo è una via diretta alla trascendenza e quindi una negazione del formalismo religioso, della liturgia esteriore, dei riti ripetitivi. Per trovare Dio bisogna liberarsi da condizionamenti, legami, possessi e da ogni identificazione psicologica.

La Meditazione islamica cerca di entrare in contatto con il trascendente e di rimanerci, annullando tutto ciò che è fenomenico, molteplice, contingente, immanente; cioè, se si cancellano le tracce materiali, rimane la divinità. I Maestri Sufi cercano di risvegliare l'anima dai suoi torpori umani, attraverso shock mentali e paradossi contenuti in racconti didattici, leggende, aforismi che possono rivelare all'improvviso significati reconditi.

Esistono numerosi Maestri e scuole Sufi, nate dal loro carisma, dove vengono trasmessi, non solo nozioni e principi, ma gli allievi divengono partecipi dei poteri del loro Maestro. Per questo i loro insegnamenti sono tenuti segreti o celati dietro simbolismi ermetici che li nascondono a chi non è in grado di interpretarli correttamente. La segretezza e la struttura in cerchi concentrici delle confraternite ha permesso loro di sopravvivere a numerose persecuzioni.

Il Corano sottolinea spesso l'importanza della Meditazione come invocazione e ricordo costante della presenza divina e come preparazione psicologica ad accoglierla.Libri consigliati: Rumi - I detti di Rabi'a - Ed. Adelphi Gabriel Mandel - Il Sufismo vertice della piramide esoterica - Ed. SugarCo Hazrat Inayat Khan - La purificazione della mente Ed. Mediterranee Meditazione secondo Aurobindo Aurobindo è nato a Calcutta, in India, nel 1872. La sua ricerca spirituale non segue nessuna via o scuola tradizionale e fonde la cultura occidentale con la sapienza orientale. Riprende il concetto che nell'uomo ci sono grandi poteri latenti che devono essere recuperati, attivati e utilizzati attraverso la Meditazione. Non c'è contrasto con il Cristianesimo, se aggiungiamo che attraverso la meditazione è lo Spirito Santo che attiva questi poteri, dandoci la Grazia. Questa è la via del suo Yoga, che si propone di accelerare una evoluzione che è in corso.

Lo Spirito è la volta dell'esistenza universale, la Materia è la sua base, la Mente è il legame che li unisce. Ma lo Spirito è anche dentro di noi; dobbiamo quindi riconoscere la spiritualità del corpo e tendere a reintegrarci con il nostro originario stato divino. Secondo Aurobindo, l'uomo si realizza nella sua integrità di corpo, mente, spirito, e grazie a questa armonia può arrivare la conoscenza di sé. Dobbiamo avere una intensa aspirazione al trascendente e i risultati dipenderanno dal desiderio e dall'impegno personale. E il risultato è un contatto duraturo con il divino, accompagnato da una autentica armonizzazione fra vita interiore e vita esteriore, che si manifesta in tutto il vissuto ed è utilizzata per costruire un mondo migliore. Questa conquista può arrivare in un lampo, ma è preceduta da un allenamento della Mente attraverso la concentrazione.

Mère, continuatrice dell'opera di Aurobindo, ha scoperto che c'è un grande potere in fondo all'inconscio ed ha compreso che è separato da noi solo dalle radici della mente. Le nostre memorie, la nostra cultura, i nostri condizionamenti sono questa barriera; la coscienza si è autolimitata restringendo il proprio campo di azione e creando un inconscio mentale, che se non è conosciuto si oppone al cambiamento. Comprendere di più e aumentare la nostra consapevolezza è la via per riunire ciò che è stato separato.

Libri consigliati:
Aurobindo - La via divina - Ed. Galeati Aurobindo
Guida allo yoga - Ed. Mediterranee Mère
Colloqui sullo yoga integrale - Ed. Mediterranee

Meditazione secondo Gurdjieff

Gurdjieff è nato in un paese al confine tra Europa ed Asia nel 1877. Secondo Gurdjieff l'uomo è "addormentato", la sua coscienza è ipnotizzata e confusa: egli non si conosce e vive come un automa, senza controllo su pulsioni, emozioni, fantasie, senza conoscerne le reali motivazioni. Quando si rende conto di ciò, l'uomo ha tre vie possibili per risvegliarsi e riacquistare l'unità dei tre piani su cui vive: fisico, emotivo-sentimentale, intellettivo.

- La prima è la via del fachiro, cioè del controllo del corpo fisico.

- La seconda è la via del monaco, cioè della fede in Dio e del sacrificio della propria volontà.

- La terza è la via dello Yogi, basata sullo sviluppo della conoscenza e quindi dell'intelletto.

Ma queste strade, oltre ad essere lunghe e difficili sono parziali.

Lui propone una "Quarta via", che non richiede di rinunciare al mondo, permette di lavorare sulle tre dimensioni, è personalizzata ed è basata sulla comprensione di tutto ciò che è incosciente o involontario e sulla riappropriazione dell'essenza. L'uomo della "Quarta via" vive nel mondo, ha conoscenze sufficienti per potersi risvegliare, e sa che solo uno sforzo cosciente può liberarlo dagli automatismi della vita normale.

La proposta di Gurdjieff si basa sullo sviluppo della consapevolezza, accompagnato da un incremento dell'emotività e dell'energia, sulla conoscenza di noi stessi. L'uomo crede di essere libero, consapevole, responsabile e non si rende conto di essere guidato da forze superiori. Un mezzo di conoscenza molto interessante in Gurdjieff è la danza: il linguaggio del corpo esprime ciò che è dentro di noi. Attraverso la danza possiamo esprimerci e conoscerci. Per fare questo ha riproposto le danze dei Dervisci.

Per riassumere, Gurdjieff tende a risvegliare l'uomo, ad impedirgli di essere dipendente dalle forze che dominano il mondo, fargli recuperare la sua unità, stimolarlo alla conoscenza di sé, fargli costruire un nuovo centro psichico che possa guidarlo verso la sua autonomia, vivendo a pieno le occasioni che gli capitano nella vita.

Libri consigliati:
Gurdjieff - Incontri con uomini straordinari - Ed. Adelphi
P.D. Ouspeski - La quarta via - Ed. Astrolabio
P.D. Ouspeski - Frammenti di un insegnamento sconoscíuto - Ed. Astrolabio

Meditazione secondo Paramahansa Yogananda

Paramahansa Yogananda è vissuto in India fra il 1893 e il 1952. Il suo libro "Autobiografia di uno Yogi" ha il merito di avere accostato al mondo affascinante dello Yoga le ultime generazioni. La tecnica da lui insegnata è quella dell'antico Krya-Yoga, Yoga psicofisico che tende a risvegliare i Chakra spirituali.

Per prima cosa bisogna ottenere il controllo dei desideri della mente, poi arrivare alla consapevolezza dei movimenti del respiro, La sua tecnica comprende anche la Meditazione sul suono primordiale dell'Universo, la sillaba sacra Om, o Aum.

Lo Yogí si è liberato dai legami del corpo. Normalmente il flusso di energia vitale è diretto verso l'esterno e si disperde nelle diverse attività sensoriali. Con la pratica del Krya-Yoga si inverte la direzione del flusso, che va verso l'intemo e li si sposta mentalmente attraverso i centri spinali fino al settimo Chakra, quello che si trova al sommo del capo. Così facendo si può arrivare a controllare la mente attraverso la forza vitale. Questa è la via più facile, efficace e scientifica per raggiungere l'Infinito. 

Libri consigliati:
Babaji lo yogi immortale - Ed. Gruppo Futura
P. Yogananda - Autobiografia di uno yogi - Ed. Astrolabio
P. Yogananda - L'eterna ricerca dell'uomo - Ed. Astrolabio

Meditazione secondo Krishnamurti

Krishnamurti è nato nell'India meridionale nel 1895. Egli sembra negare ogni tipo di Meditazione tradizionale e ogni tecnica della cultura orientale. In realtà il suo riesame critico di ogni concetto acquisito è valso a fare di lui uno dei più grandi divulgatori e adattatori della Meditazione in Occidente. Egli ha lottato contro i condizionamenti storici e contro le barriere culturali costruite artificialmente attorno a noi stessi che imprigionano una quantità enorme di energia che, una volta liberata, diventa disponibile per la nostra evoluzione spirituale. Tutto questo è la Meditazione di Krishnamurti: il processo di liberazione da tutti i pregiudizi che l'educazione rigida e la cultura patriarcale ci hanno instillati, per arrivare a vedere e vivere la vita nella sua realtà, in modo diretto e spontaneo.

Quando osserviamo qualche cosa che ci interessa profondamente, abbiamo con essa un contatto diretto, diventiamo la cosa stessa, allora l'osservazione diventa pura. Ma nessun maestro ci può insegnare niente a questo proposito, nessuno ci può insegnare a meditare. Krishnamurti dice che noi possiamo diventare i migliori maestri di noi stessi. Per lui la meditazione è un modo di essere, uno stile di vita.

Libri consigliati:
Krishnamurti ha scritto numerosi libri. Cito qui un libro che ne riassume l'insegnamento:
B. Ortolani - Krishnamurti, sintesi dell'insegnamento - Ed. L'età dell'acquario

Meditazione Vipassana

Nasce dalla tradizione buddista e fonde gli insegnamenti più ortodossi del Buddismo, in particolare del Piccolo Veicolo, ritenuto il più moderno, con la psicologia, mostrando così che dalla fusione tra Oriente e Occidente possono nascere i più efficaci strumenti di Meditazione. Uno dei suoi Maestri più noti è stato Dhiravamsa, nato in Thailandia e vissuto in Inghilterra.

Vipassana in lingua Pali significa "visione profonda" o "visione intuitiva". Questo chiarisce meglio il concetto che la mente non deve essere incanalata, focalizzata o forzata, ma va lasciata scorrere liberamente, mettendosi ad osservare tutto ciò che da essa sgorga spontaneamente. Non è necessario concentrarsi su un oggetto esterno per raggiungere uno stato di quiete mentale, ma piuttosto bisogna cercare di vedere la realtà com'è nella sua totalità.

E' una tecnica detta della "presenza mentale" in cui si cerca di essere consapevoli di sensazioni, pensieri, atteggiamenti, desideri, sentimenti e reazioni, nonché delle posizioni del corpo e di ogni movimento, interno o esterno. Per prima cosa bisogna seguire i movimenti del respiro, senza influenzarlo. Quando la mente si distrae, si riporta l'attenzione al respiro, tornando al presente, qui e ora. La Vipassana non esclude nulla: non è impoirtante l'oggetto dell'attenzione, ma l'attenzione stessa.

E' necessario comprendere tutto ciò che avviene per non esserne dominati. Così una costante penetrazione intuitiva degli eventi e la consapevolezza che ne deriva, sono un importante strumento di trasformazione, che portano a scioglie il karma. Poco a poco la Meditazione Vipassana ci porta a lasciare il piano degli impulsi, per portarci su quello della coscienza e come primo effetto ci libera dal desiderio, trasformandolo in energia creativa. Possiamo fare questa Meditazione in qualsiasi circostanza della nostra vita, non solo in momenti, situazioni e posizioni dedicate. La sua modernità è evidenzíata dal fatto che ci invita a vivere costantemente nel presente, ad abbandonare schemi, categorie, pregiudizi, opinioni, ideologie, tutto ciò che non viene dalla nostra personale esperienza e sperimentazione.

Libri consigliati:
Dhiravamsa - La via dinamica alla meditazione - Ubaldini Ed. Joseph Goldstein
L'esperienza della Meditazione - Ed. Laterza

Meditazione vaisnava secondo gli Hare Krishna

Gli Hare Krishna sono i tipici rappresentanti di una spiritualità devozionale la cui pratica fondamentale consiste nell'essere continuamente consapevoli della presenza di Dio attraverso il canto dei suoi nomi. Il loro movimento è stato portato in occidente daSrila Bhaktivedanta Svami Prabhupada nel 1966. La loro filosofia discende da una tradizione visnuita. Essi fanno risalire l'origine di ogni male, squilibrio o conflitto all'aver dimenticato la nostra natura spirituale originale e il nostro rapporto con il divino, quindi alla falsa identificazione con l'ego e con il corpo materiale.

I seguaci di questo movimento vivono in comunità di tipo monastico e seguono regole ascetiche. Il loro abbandono fiducioso nelle mani di Dio non è privo di senso critico. Essi esprimono il bisogno di un ritorno alla vita più semplice e idilliaca, in contatto con la natura, e il bisogno di affidarsi a una guida spirituale. Una parte della giornata deve essere dedicata alla meditazione su Dio e ciò si può fare ripetendo il Maha Mantra: Hare Krishna, Hare Krishna Krishna Krishna Hare Hare Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare.

Nella Meditazione l'uomo cerca il suo miglioramento, rimanendo cosciente. Ne conseguono il rifiuto degli attaccamenti e dei legami terreni e la possibilità di contatto con il divino, che viene spontaneamente, come una grazia: allora la distinzione fra conoscenza, conoscente e conosciuto non ha più importanza. E' una forma di Meditazione che si basa sulla devozione, che ha la funzione di concentrare il pensiero e poi di trascenderlo, verso una esperienza di unificazione o assorbimento. 

Libri consigliati:
Prabhupada - La Bhagavad-gita così com'è - Bhaktivedananta Books Trust
Ramakrishna - Alla ricerca di Dio - Ed. Ubaldini

Meditazione Trascendentale

La Meditazione Trascendentale (MT), detta anche "Scienza dell'intelligenza", è stata fondata e divulgata da Maharishi Mahesh Yogi. Egli sostiene che se il 10% della popolazione meditasse, questo potrebbe portare a una svolta importante per il miglioramento della vita sul pianeta. Questa Meditazione è insegnata in corsi, che vengono integrati da incontri.

Il sé individuale si identifica in stati particolari dell'essere, in una coscienza condizionata, mentre il Sé Universale è pura coscienza. Così il meditante si pone l'obiettivo di raggiungere lo stato di puro essere, cioè la coscienza trascendentale, che non è accessibile all'attività mentale, perché "L'Essere è eterno e immutabile nel suo stato assoluto ed è eternamente mutevole nei suoi stati relativi". Quindi il principio della MT è: "Portare l'attenzione ai livelli più profondi della coscienza come chiave per sperimentare una maggiore felicità". La tecnica si basa sulla ripetizione di un mantra che viene assegnato individualmente e che deve rimanere segreto. Unica funzione di questo mantra è quella di escludere i pensieri indesiderati, di concentrare il pensiero e di creare uno stato di rilassamento. Compito fondamentale della meditazione è la ricerca del benessere.

La MT favorisce il benessere psicofisico e l'integrazione sociale, è molto naturale e per questo non è faticosa. Studi e ricerche condotti dalla organizzazione della MT hanno dimostrato che la MT porta numerosi effetti benefici anche fisici e della personalità. Praticando questa Meditazione è bene tener presente di non portarsi troppo sulla psicologia, finendo per trascurare l'importanza della dimensione trascendente. 

Libri consigliati:
Maharishi Mahesh Yogi - La scienza dell'essere e l'arte di vivere - Ed. Astrolabio
Jack Forem - Meditazione Trascendentale - Ubaldini Ed.
Philip Goldberg - Programma di MT - Ed. Mediterranee

Meditazione secondo Castaneda e lo Sciamanesimo

La figura dello sciamano è antica quanto l'uomo. Egli è un mediatore di forze occulte e rappresenta un punto di confluenza tra il mondo magico e il mondo religioso. Troviamo riti di tipo sciamanico in molte culture e religioni, dove ci sono riti e oggetti pressoché identici, tanto che si potrebbe anche dire che queste sono "rivalutazioni di antichi motivi sciamanici, integrati in un sistema di teologia ascetica dove il loro contenuto ha subito una radicale modificazione", secondo quanto sostenuto da Mircea Eliade.

Gli sciamani usano sostanze psicotrope, riti, canti, visioni, elementi naturali, invocazioni-evocazioni, offerte, poteri magici, miti cosmogonici e la possessione da parte del dio. Durante il rito viene usata una "bevanda divina" e il fungo allucinogeno, che viene chiamato "Carne del dio", che servono a mette l'uomo in contatto con la trascendenza.

Una teoria sostiene che chi cerca di uscire dai condizionamenti cercando una diversa realtà più autentica, non è compreso, né accettato. Poco a poco si sentirà diverso ed estraneo. Facilmente attraverserà dei periodi di crisi psico-spirituali che porteranno con sé anche problemi di salute e di denaro. Tutto questo lo indurrà a sentire ancora di più la futilità di una esistenza normale, assopita. Sogni premonitori, intuizioni e fenomeni vari gli faranno intravedere squarci di un mondo diverso, di un'altra dimensione della realtà, e si sentirà chiamato ad una vita diversa. Dopo un periodo di isolamento, Meditazione e istruzione, questo individuo diventa una guida e facilmente anche un guaritore di corpi ed anime. A questo punto egli avrà trasformato una situazione di disagio e disadattamento in una situazione accettata socialmente. Questo è il percorso di molti sciamani in diverse tradizioni.

Più che ricercatori di se stessi o della realtà, gli sciamani si muovono nel vasto mondo intermedio di tutto ciò che consente un certo dominio sulla natura. La guarigione spirituale in questo caso è una guarigione attraverso spiriti della natura, non dello "Spirito" in senso assoluto. Ma i poteri che yogi e sciamani possono ottenere, in definitiva risultano un ostacolo all'evoluzione spirituale, in quanto li legano ancora di più alla realtà fenomenica. Spesso questi poteri sono il risultato di sforzi intenzionali, che possono essere fatti individualmente o seguendo un Maestro. Per gli Indiani del Nord America, lo spirito, che si trova dappertutto , può manifestarsi attraverso minerali, piante, animali o luoghi.

Una eccezionale testimonianza del mondo sciamanico ci è data da Carlos Castaneda, antropologo americano che ha vissuto un lungo percorso di conoscenza e iniziazione presso sciamani messicani e che ha trasmesso le conoscenze cosi acquisite attraverso numerosi libri. Nella sua esperienza sembrano confluire, oltre a conoscenze del mondo sciamanico messicano, anche conoscenze derivate da tecniche orientali di Meditazione. Questa è una testimonianza in più dei punti di contatto tra le diverse culture.

Prima meta del suo percorso è spezzare la visione ordinaria della realtà per poi penetrare in un mondo di forze occulte che di volta in volta lo contrasteranno o aiuteranno nel cammino verso la liberazione finale. Ciò è fatto attraverso due tecniche: la prima privilegia la ricerca del silenzio interiore, l'altra è quella del sogno lucido, cioè del contatto consapevole con una realtà diversa.

Libri consigliati: 
Castaneda - A scuola dallo stregone - Ed. Ubaldini
Castaneda - Una realtà separata - Ed. Ubaldini
Mircea Eliade - Lo sciamanesimo e le tecniche dell'Oriente e l'estasi - Ed. Mediterranee

Si allega un ulteriore testo di approfondimento tratto da qui.

Cos'è la Meditazione?
(di Aetos)

Sicuramente non è facile offrire una definizione chiara e sintetica che vada a soddisfare le qualità proprie di questo vocabolo. Il dizionario non ci aiuta molto quando ci dice: «il raccogliersi della mente nella considerazione di profondi problemi filosofici o religiosi -- pratica religiosa consistente nel raccogliersi in se stesso a meditare sulle verità della fede -- predica o scritto di carattere ascetico, o di argomento morale e filosofico». Non ci aiuta molto, poiché tutti abbiamo spesso sentito dire che la pratica meditativa può arrivare ad illuminarci sui perché più profondi della nostra esistenza.

A mio avviso ha senz'altro ragione Jiddu Krishnamurti quando afferma che "la meditazione non è la semplice esperienza di qualcosa al di là dei pensieri e dei sentimenti di ogni giorno, né la ricerca di visioni e beatitudini ... La meditazione — che è cessazione del pensiero — apre la porta ad una vastità che trascende ogni immaginazione o congettura; è comprensione del mondo e delle sue vie ... Tutto ciò che il pensiero formula ha in sé il limite dei suoi confini, il pensiero ha sempre un orizzonte, la mente meditativa non ne ha, l'uno deve cessare perché l'altro possa essere ... La meditazione non è una continuazione o una espansione dell'esperienza, al contrario, è la completa inazione che è totale cessazione dell'esperienza; lo svuotarsi del conosciuto ... Se non c'è meditazione, sei come un cieco in un mondo di grande bellezza, luci e colori ... Meditare non è ripetere parole, sperimentare visioni o coltivare il silenzio, questa è una forma di autoipnosi ... La mente meditativa è vedere, osservare, ascoltare senza la parola, senza commento, senza opinione — attentamente e costantemente — il movimento della vita in ogni suo rapporto; allora sopraggiunge un silenzio che è negazione del pensiero, un silenzio che l'osservatore non può richiamare. Se ne facesse esperienza, riconoscendolo, non sarebbe quel silenzio ..."

Eh già... "quel silenzio". Un silenzio che solo chi ha realmente meditato svuotando se stesso conosce...

Forse è più facile definire la meta della meditazione: la Consapevolezza.

A mio avviso, lo scopo della pratica meditativa è proprio quello di favorire la percezione naturale della realtà ed ha fra gli obiettivi quello di ottenere la corretta comprensione del funzionamento di ogni cosa.

Questa importantissima pratica vuole essere un'investigazione continua della Verità, un esame microscopico del nostro processo di percezioni, ed ha come fine quello di sollevare lo schermo di ingannevoli falsità e convinzioni errate attraverso il quale normalmente l'uomo vede il mondo, un artificioso mondo illusorio.

A ben pensarci non sappiamo chi siamo - in genere - né comprendiamo i motivi ultimi della nostra esistenza. Non ci conosciamo affatto e, troppo spesso, arriviamo al punto di mentire a noi stessi, incoerentemente, sia sulle nostre debolezze, che sulle motivazioni che le generano. Questo atteggiamento si rivela un ero e proprio rifiuto della Conoscenza ed ha come risultato quello di egarci con un nodo sempre più stretto alla ruota dell'illusione.

La meditazione (nel caso specifico,mi riferisco alla meditazione Vipassana) non è, come molti pensano, un tentativo di dimenticare se stessi o di occultare i propri problemi; tramite essa possiamo imparare a vedere nel profondo di noi stessi, esattamente come siamo, possiamo finalmente vedere cosa alberga dentro di noi, comprenderne l'essenza ed accettarla pienamente... Essa favorisce la vera intuizione, che, peraltro può essere ottenuta solo se ci si libera di quei giri logici a cui abbiamo permesso nel tempo di disorientare la nostra mente; solo evacuando dal nostro sé quei circuiti ingannevoli che ci hanno fatto perdere di vista il nostro nucleo ed il reale centro delle causale. Svincolandosi da essi potremo permettere alla nostra realtà superiore di produrre le giuste 'soluzioni' e successivamente alla mente coscente di 'aprirsi' ad essa.

La meditazione è come un'attività vivente, che utilizza la concentrazione come strumento in virtù del quale la consapevolezza può avere ragione di quel muro di confusione che normalmente ci separa dalla vivida luce della realtà; questo naturale processo consiste in un costante aumento della consapevolezza, applicata ai meccanismi della realtà stessa.

Lo scopo che il meditante si propone è, perciò, quello di purificare la mente. La pratica meditativa infatti monda il processo del pensiero da quelli che potremmo definire "irritanti psichici"; vale a dire, da quelle cose, quali avidità, odio e gelosia, che tengono il nostro essere bloccato in una sorta di schiavitù emotiva. La meditazione guida la mente verso una condizione di naturale tranquillità e consapevolezza, profondendo uno stato di concentrazione e comprensione totale degli eventi.

Di fatto, per meditare, non occorre 'appartenere' ad un particolare credo religioso e non si ha neppure bisogno di *avere fede*. La fede, così come viene intesa, ad esempio, nel credo cattolico, non trova alcun riscontro in quella filosofia religiosa che può, ad esempio, essere il buddhismo. Questa "scienza della mente" (proprio in questo modo lo stesso XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, ha definito il buddhismo in un'intervista) non invita i propri seguaci ad un credo dogmatico, o ad aver fede in qualcosa perché si trova scritta in un antico libro sacro, o perché è attribuibile ad un famoso profeta; o, ancora, perché insegnata da autorevoli persone. La filosofia buddhista, che si caratterizza proprio per la sua infinita apertura, conferisce alla fede un significato che è più vicino a quello di "avere fiducia", a "sapere che una cosa è vera perché si è visto che è vera", a "sapere che funziona perché è stata osservata dentro se stessi". 

La meditazione porta lentamente ad una vera e profonda trasformazione personale. La persona che entra nell'esperienza meditativa non è la stessa che ne esce. Il meditante cambia progressivamente il proprio modo di relazionarsi, migliorando decisamente il proprio carattere e la propria personalità, attraverso un profondo processo di sensibilizzazione. La meditazione rende profondamente coscienti dei propri pensieri, delle parole e delle azioni... affina mano a mano la concentrazione e la capacità logica. Un po' alla volta, rende chiari i processi ed i meccanismi del subconscio, acuisce la capacità di intuizione, accrescendo la precisione del pensiero e conducendo gradualmente ad una diretta conoscenza delle cose, rivelandole proprio come esse sono; senza pregiudizi, né abbagliamenti.

Sono fortemente convinto che nessuna parola e nessun libro potranno mai descriverci in maniera esaustiva la meditazione. Per ognuno c'è solo un modo per scoprire le eccezionali virtù di questa pratica: effettuarla. Si può comprenderla solo direttamente, praticandola in maniera corretta...

La meditazione è coltivazione della presenza mentale, in una parola: consapevolezza. Essa è in relazione con quei livelli personali di coscienza, che si trovano assai più in profondità ,rispetto al pensiero simbolico; e, proprio per tale motivo, molti aspetti della meditazione non si prestano ad essere espressi attraverso le semplici parole.

La meditazione non è qualcosa che può essere imparata, ricorrendo a termini astratti; non è qualcosa di definibile, ma bensì qualcosa di cui bisogna fare esperienza... essa può essere compresa solo con una buona pratica.

Il meditante esegue la sua pratica con un intento specifico: affrontare la realtà, per fare piena e profonda esperienza della vita così come essa è, per entrare in contatto con tutto ciò che vi si trova. Una pratica ben fatta ci permette di dissipare tutte le illusioni, di liberarci da tutte quelle piccole e gentili bugie che continuamente ci diciamo.

Purtroppo, quasi tutti, sin da bambini, veniamo condizionati molto profondamente da una cultura deviante; impariamo così, durante il corso della nostra esistenza, a mentire sistematicamente a noi stessi e quasi sempre in modo estremamente arguto. In questo modo, subentra gradualmente in noi, senza che ne siamo troppo coscienti, un sottile autoinganno e si innesca un circolo vizioso, fatto di false convinzioni, che ci trascina inevitabilmente nel suo mondo illusorio. Arriviamo così ad avere un pensiero non autentico, che ci costringe a vedere la realtà da dietro un velo; di conseguenza, assumiamo comportamenti ipocriti e ci ritroviamo, inconsapevolmente, ad indossare una brutta maschera, che tende a coprire il nostro vero volto, nascondendoci persino a noi stessi.

È invece incantevole osservare come i processi armonici, tipici della pratica meditativa, riescono a profondere in noi quelle particolari intuizioni, che frequentemente si rivelano come vere e proprie "rivelazioni". Proprio queste intuizioni, infatti, aprono sovente il passo a quel sentiero che conduce alla chiara comprensione di alcune profonde ed importanti Verità, legate alla nostra misteriosa esistenza.

Gunaratana afferma: «alla vipassana bisogna avvicinarsi con questo atteggiamento: Non importa cosa mi è stato insegnato, voglio dimenticarmi teorie, pregiudizi e stereotipi. Voglio comprendere la vera natura della vita, voglio capire realmente cosa sia l'esperienza di essere vivi. Voglio imparare a conoscere le qualità della vita più vere e profonde, e non voglio accettare le spiegazioni di qualcun altro. Voglio scoprire io stesso tutto ciò»...

Difatti, lo stesso atteggiamento di base del buddhismo è profondamente empirico ed antiassolutista. Lo stesso Buddha Shakyamuni, come Gesù il Cristo del resto, fu decisamente non ortodosso ed antitradizionalista.

Gautama non offrì i suoi insegnamenti come una raccolta di dogmi, ma, piuttosto, come un insieme di asserzioni sulle quali chiunque era invitato ad investigare.

L'invito che il Buddha rivolgeva a tutti, era: "Venite e vedete"; a coloro che lo seguivano ripeteva spesso: "Non mettete nessuna testa sopra alla vostra", e con ciò egli intendeva raccomandare di non rifarsi alla parola di qualcun altro, ma piuttosto di verificare ogni cosa di persona; poiché, è quello l'unico modo per Conoscere realmente ed essere convinti di ciò che si osserva.

Dobbiamo, inoltre, tenere sempre presente che ciò che abbiamo imparato può e deve spesso essere disimparato. Il primo passo in questa direzione è proprio capire cosa stiamo facendo, mentre lo stiamo facendo; mettendoci nella tipica posizione di quieta osservazione.

Dobbiamo, inoltre, ricordare che una buona pratica meditativa induce un cambiamento radicale nel meccanismo della percezione, e porta con sé quella gioia che deriva dall'essersi liberati dal pensiero illusorio ed ossessivo.

La meditazione può "aprire la strada" e guidare chiunque lo desideri intensamente, verso un nuovo e corretto atteggiamento, conducendoci a vedere la realtà così come essa è realmente.

Cos'è e come praticarla
di Sogyal Ronpoche

Nel flusso mentale: la meditazione come modo di vita Quante persone ai nostri giorni hanno familiarietà con la meditazione? In alcune parti del mondo in particolare, la meditazione è diventata un fenomeno molto comune, quasi un lavoro domestico. Ha incontrato un'accettazione generalizzata, perchè viene riconosciuta come pratica che spezza molte barriere, sia culturali che religiose, e che mette a fuoco lo sviluppo spirituale personale, giacchè da molti punti di vista, la meditazione è una pratica che trascende la religione.

Se dovessimo presentare la meditazione da una prospettiva Buddhista, per prima cosa dovremmo notare che la pratica meditativa mira a lavorare sulla mente, sul cuore, e con l'energia. Certe volte possiamo praticare la meditazione in maniera molto semplice: lasciamo tranquilla la nostra mente, in una condizione naturale; nell'immobilità, nel silenzio e nella pace. Quietamente.

Alcuni possono conoscere un metodo e usarlo, come l'osservazione del respiro. Ma altri, quando diciamo loro " Sedete ", poi non sanno assolutamente che fare, e aspettano che il silenzio finisca il più presto possibile, perchè è qualcosa a cui non sono abituati, e per quanto idilliaco possa essere l'ambiente in cui viviamo, senza'altro è stato raggiunto dagli influssi del ventesimo secolo. Limitarsi a rimanere tranquilli e silenziosi è una cosa con la quale abbiamo la minima familiarietà: l'immobilità ed il silenzio ci rendono nervosi ed insicuri, come se trovarsi di fronte a se stessi, senza alcuna attività - tutti soli con noi stessi - fosse un'esperienza piuttosto terrorizzante. E la maggior parte delle volte, quando sediamo tranquilli, quello che succede è che i nostri pensieri cominciano a correre a 2000 l'ora, se non più veloci. Quasi sempre, quando sediamo, il problema riguarda l'energia.

A volte, però, le cose sono facilitate da un certo ambiente; potrebbe essere un ambiente naturale, o una certa atmosfera creata da amici o praticanti, che siedono in silenzio tutti insieme: allora, anche se non avete familiarietà con la meditazione, il fatto stesso di essere in un ambiente del genere vi ispira la pace mentale.

Nelle prime fasi, quindi, la meditazione calma, pacifica e stabilizza la mente. In effetti il termine sanscrito per indicare la meditazione è ' Dhyana '- in Tibetano 'Samten', in Cinese 'Ch'an' ed in Giapponese 'Zen' - Che cosa significa la parola tibetana 'Samten ' ? 'Sam' è la mente pensante, e 'Ten ' significa solidificare, calmare o stabilizzare. Significa anche " affidabile " o " stabile ".

Così, il nostro primo passo è calmare e stabilizzare la mente pensante. Se la mente è in grado di stabilizzarsi da sola, senza ausilio di oggetti o tecniche, va benissimo. Altrimenti, se non siamo abituati, o se non ci sentiamo a proprio agio, e se semplicemente non sappiamo come fare, allora in certi casi ci serviamo di tecniche, quali osservare il respiro, guardare un oggetto, od usare un mantra, per aiutare la mente a focalizzarsi, calmarsi e stabilizzarsi.

Quello che è sempre molto importante tenere a mente è che il metodo, o l'esercizio, non sono che un mezzo; in altre parole, non sono la meditazione. E' per mezzo della pratica che si raggiunge la perfezione: il puro stato di presenza totale, che è la meditazione.

Quando siamo realmente noi stessi ... quando noi ci manifestiamo .. quando tutto il nostro ego innaturale si è dissolto ... quando non esiste più dualità ... quando siamo in grado di arrivare alla condizione non duale di assenza dell'ego... quello stato si chiama meditazione, nel senso ultimo della parola. Allora non esiste più alcun conflitto, perchè la dualità viene naturalmente dissolta e liberata. Così, quello che cerchiamo in realtà di fare quando pratichiamo la meditazione è calmare e stabilizzare, così da dimenticare la nostra mente confusa, o " sé egoico ". L'ego è un sostituto, un sé fasullo, sempre mutevole. Non è altro che un insieme di idee, concetti, condizionamenti, basati non sulla verità, ma su pure menzogne e credenze che, sottoposte ad esame, dimostrano di non aver alcun fondamento reale.

E' importante ricordare che il principio dell'assenza dell'ego nel Buddhismo non significa che prima c'era un ego, e che per il Buddhista se ne è liberato ! Al contrario, significa che per cominciare non esiste alcun ego, e che bisogna realizzare 'questa' assenza di ego.

Talvolta, quando facciamo pratica, riusciamo a trovarci in stato meditativo; allora scopriamo che non esiste più alcuna dualità, conflitto o confusione. E se guardiamo dentro di noi, quando ci troviamo in tale stato, scopriamo che l'ego è inesistente: ci manifestiamo attraverso il nostro vero sé naturale, o Sè Buddhico, il " sé privo di sè " che è sempre dentro di noi, e che costituisce la nostra natura inerente. E' questo che tutte le religioni hanno sempre definito principio di bontà, o divinità: l'uomo è fatto ad immagine di Dio, come dice il Cristianesimo; nel Buddhismo diciamo che la natura del Buddha esiste in ogni cosa.

E dov'è questa bontà, questa natura Buddhica? Nel profondo della Natura della Mente. E' come il cielo momentaneamente oscurato dalle nubi che, quando le nuvole si dissolvono, si rivela, limpido e chiaro, con un sole immenso di compassione che risplende su ogni cosa. Noi chiamiamo questa luce solare " Boddhicitta ", il " cuore della nostra essenza illuminata ".

Questa bontà fondamentale deve essere trasportata nella nostra realtà; anche se è la nostra natura, e siamo tutti Buddha, siamo solitamente piuttosto confusi e rannuvolati, ed abbiamo dimenticato e perso il contatto con quello che siamo realmente.

Quando diciamo che abbiamo la natura di Buddha, parliamo in termini di Terra; non dello stato finale di purificazione. Così, anche se Buddha 'è' la nostra natura, non ce ne rendiamo conto, dal momento che siamo oscurati da due nubi: quella emozionale e quella intellettuale.

Siamo partiti insieme, ma il Buddha ha preso una strada, e noi l'altra. Così, negli insegnamenti chiamiamo questo concetto " una Terra, due Sentieri ". Abbiamo fatto qualche passo lungo la nostra strada, e questo si chiama ' Samsara'. In particolare, in Occidente, stare nel 'Samsara' è molto facile perchè il suo meccanismo domina il nostro essere con tanta potenza, ed il passo con cui procede è così spedito. Noi dobbiamo uscire dal nostro sentiero per cercarlo, il 'Samsara', e nemmeno attendere che arrivi; è ovunque come la polvere: oggi pulisci e domani ce n'è altrettanta. Dal momento che la sua influenza è così forte, il 'Samsara' si perpetua da solo, senza bisogno di alcun aiuto da parte vostra. 

Il fine della meditazione è conservare la purezza della nostra natura inerente, ed anche se non riusciamo a rimanere a lungo in tale stato, se ogni giorno iniettiamo almeno una goccia di una tale pura consapevolezza nel nostro flusso mentale, ne costruiamo lentamente l'intelaiatura.

Il nostro carattere di base, fondamentale, non è altro che un flusso mentale, od energetico: noi 'siamo' solo un flusso mentale.

Se ci guardiamo, e ci chiediamo chi siamo realmente, forse scopriremo che la nostra identità è tutte queste cose diverse: il passato, i nostri genitori, la nostra casa, il nostro lavoro, il nostro cane, la nostra compagna, nonchè qualsiasi altra esperienza.

E' possibile che oggi ci sentiamo bene perchè oggi le cose vanno bene, ma se domani, chiedendoci come stiamo, scopriamo che non è la stessa cosa, dov'è finito il " sentirsi bene " ? E' scomparso completamente, perchè nuove influenze si sono succedute alle precedenti. E noi continuiamo a cambiare con il mutare delle circostanza, come il flusso di un ruscello; anche se sembra sempre lo stesso, in effetti cambia continuamente....

Così dobbiamo modificare questo flusso mentale, con la purezza della nostra natura intrinseca.

Infatti, lo scopo della meditazione, non è solo avere davvero una fugace visione di quello che è la nostra natura e penetrarla, ma anche portare una tale consapevolezza nella nostra vita quotidiana; la nostra esistenza ordinaria ed il modo in cui vediamo le circostanze normali della nostra vita saranno allora benedette da una tale prospettiva. Anche solo esercitarsi per un breve periodo nella meditazione può fare un mondo di bene, ma se volete una tale pratica abbia realmente un effetto stabile e duraturo, quello che dovete fare non è prenderla come una medicina o una terapia occasionale, ma come se fosse la fonte quotidiana di cibo o sostentamento.

Solo allora gli effetti reali della meditazione potranno farsi sentire.

Basta pensare a quanto a fondo abbiamo percorso l'altra strada, creando concretamente un'abitudine che domina la nostra esistenza. Se guardiamo i nostri sogni, per esempio, vediamo che non sono altro che rappresentazioni ed immagini di abitudini, e, come si usa dire, " le vecchie abitudini sono dure a morire ". Ci vuole 'un bel po', perchè, se anche lo stato meditativo è un'arma molto potente capace di spezzare la confusione, è altrettanto vero che non fa parte della nostra esperienza quotidiana e che non è diventata essa stessa un'abitudine: così non siamo capaci di trasportare la sua influenza positiva nel mondo delle nostre abitudini radicate.

Ma, ancora una volta, è importante non accentuare troppo concetti dualistici, di lotta tra bene e male; tutto questo è più simile al concetto di luce: quando splende, non si trova più l'oscurità.

Così dobbiamo portare luce alle nostre vite, tirar fuori la nostra vera natura e permetterle di risplendere. Se guardate a certi grandi maestri, od ai buoni praticanti, od anche solo alle persone buone, vedrete che irradiano calore, una presenza che è fonte di ispirazione, e che potete riconoscere quando vi trovate in loro compagnia.

E' interessante notare che i Tibetani, quando parlano tra loro, non chiamano il loro capo " il Dalai Lama" bensì " Kun Dun", che significa " la presenza ". Una persona realmente presente è un Buddha, e questa presenza buddhica è ciò che dobbiamo coltivare. All'inizio viene chiamata " attenzione " e quando la si realizza pienamente, diventa 'presenza'. La disciplina della pratica reale della meditazione insegna a mantenere una tale presenza nella nostra vita quotidiana.

Nel Buddhismo, si sente spesso pronuciare la parola 'disciplina': la disciplina non significa un atteggiamento rigido, o una routine militaresca senza senso dell'umorismo, ma una consapevolezza e presenza di spirito continua. Viene definita " come un profumo impregnante ".

Nelle conversazioni avute con dei terapeuti, molti mi hanno spiegato come, stando alla loro esperienza, uno dei metodi più potenti di guarigione sia una 'profonda' meditazione in postura.

A volte chiedono ai loro pazienti di rimanere in postura, come minimo per tre ore.

Un altro fenomeno che hanno osservato è il fatto che anche se alcuni possono essere fortemente legati alla meditazione o ad altre tecniche di trattamento, e si sentano a proprio agio con esse, ciò nonostante non riescono ad ottenere gli effetti desiderati: i sintomi non mostrano alcun miglioramento. Scoprono poi che la causa è il fatto che questi particolari pazienti accettano di meditare solo in presenza del terapeuta. Non continuano poi effettivamente, fino a portare la pratica nella vita quotidiana facendone qualcosa di reale. Quando invece ci riescono, i successi sono molto più netti. Nello stesso modo, dobbiamo vedere la pratica della meditazione come modo di vivere.

Ogni volta che praticherete la meditazione, sia nelle prime ore del mattino, che in qualsiasi altro momento della giornata, vi accorgerete che aprirà una porta sul vostro essere inerente. Dopo questa apertura iniziale, la cosa più importante non è la pratica in sé, ma lo stato mentale che una tale pratica sviluppa dentro di voi: mangiare è piacevole, ma è più importante sentirsi soddisfatti e nutriti; così, lo stato mentale indotto dalla meditazione ha un significato molto maggiore del fatto stesso di meditare.

Troppo spesso la gente si dedica alla meditazione per ottenere qualche risultato straordinario, come visioni, luci o miracoli sovrannaturali, e se tutto questo non accade , si sentono piuttosto delusi.

Ma il miracolo che avviene in realtà è più normale e più utile: è una trasformazione sottile, non solo nella vostra mente e nelle vostre emozioni, ma anche nel vostro corpo, ed è altamente curativo. Come hanno scoperto scienziati e medici, quando godete di un buono stato mentale, anche le cellule del vostro corpo sono più contente: riuscite ad immaginare le cellule che alzano i loro piccoli calici di champagne e dicono " cin cin " ? Ma quando la vostra mente si trova in uno stato negativo, allora anche le vostre cellule diventano maligne.

La nostra salute globale ha parecchio a che fare con il nostro stato mentale, e con il nostro modo di essere. In particolare, in questo periodo, in cui gli uomini sono colpiti da così tante malattie, la comprensione di questo fatto non può non risvegliare in noi la possibilità di veder la vita in modo diverso: in un certo senso non esiste possibilità di scelta; è davvero questione di sopravvivenza. Vivere con lucidità è la più grande protezione, anche per la nostra salute.

Così dovete prolungare lo stato mentale nel quale vi trovate dopo la meditazione, sicchè farete ogni cosa con quella presenza mentale. C'è una storia molto famosa di una conversazione di un maestro Zen ad un suo discepolo, il quale gli chiede: " Maestro, come porti l'illuminazione nell'azione concreta? Come la pratichi nella vita quotidiana? "

" Magiando e dormendo ", risponde il maestro.

" Ma, Maestro tutti dormono e mangiano ."

" Ma non tutti mangiano quando mangiano, e non tutti dormono quando dormono ".

Da qui deriva il famoso detto Zen:

" Quando mangio, mangio.
Quando dormo, dormo ".

Questo significa essere presenti al 100% nell'azione; non siete più il vostro ego ordinario, e la vostra azione è diventata un'azione universale, un'azione compassionevole. Senza più dualismo, 'diventate voi stessi l'azione'. Per esempio, è stato scoperto che quando rigoverante, se mantenete la mente pura e lavate i piatti con tutto voi stesso, ciò è molto energizzante. Se invece nel frattempo pensate a molte altre cose, allora diventerà una seccatura. Questo dovrebbe suggerirvi l'applicazione continua della lucida attenzione e della presenza. Se volete che la vostra pratica sia veramente di beneficio per voi e per la vostra esistenza, e perciò anche di beneficio per gli altri, non potrete dedicarvi ad essa solo occasionalmente.

Spesso la gente chiede: " E' meglio praticare venti minuti la mattina, o la sera, oppure fare diverse sedute più brevi ? "

Sì, è positivo praticare la meditazione venti minuti, anche se questo non vuol dire che venti minuti sia un limite massimo. Da nessuna parte nelle scritture si parla di venti minuti. "

Venti minuti " è una nozione che si è sviluppata in Occidente; potreste chiamarla " Periodo Standard per la Meditazione " . A volte la gente teme, se non rimane in postura per venti minuti, di fare qualcosa di sbagliato, come quando si interrompe una cura di antibiotici. Ma il punto fondamentale non è il tempo: il punto è se la pratica vi porta realmente ad un certo stato di presenza. 

Se così è, potete rimanere in postura anche solo cinque minuti, per tre minuti, potete sedervi anche solo per un minuto ..., per trenta secondi... perfino cinque secondi... ma potrebbe non essere sufficiente ! Il punto fondamentale non è nemmeno la postura; in particolare i meditatori pigri che si siedono per venti minuti e si appisolano ! Per loro, in particolare, venti minuti di meditazione sonnolenta non sono consigliabili: dovrebbero praticare seduti cinque minuti , ma ben svegli... Credo che siano abbastanza felici di questa notizia !

Il mio maestro, Dudjom Rinpoche, diceva sempre che un principiante dovrebbe meditare in brevi sedute. Praticate per tre-cinque minuti, poi fate una breve pausa, di almeno un minuto.

Quando fate una pausa, quello che in realtà fate è lasciar andare la tecnica meditativa. Specialmente se vi siete impegnati molto durante la seduta, nel momento in cui fate una pausa, lasciandovi andare, ma mantendendo la vostra presenza, spesso la meditazione si manifesta ' in quel momento'. Ecco perchè la pausa è una parte della meditazione importante, quanto la postura. Riprendete la postura per un breve periodo e poi fate una pausa, lucidi e naturalmente rilassati. Poi sedetevi di nuovo. Così fate numerose sedute brevi: cinque minuti di pratica, poi un minuto di pausa, e così via. Se fate così, l'intervallo rinfresca la vostra meditazione, e la meditazione fa della vostra pausa un'espressione naturale della vostra pratica. Se continuate una tale forma di alternanza di pratica e di rilassamento interconnessi dal filo della vostra lucidità, allora lentamente, lentamente, tra meditazione e post-meditazione ci sarà minor differenza, scomparirà il confine. Come ha detto un grande maestro: " Non ho mai meditato, ma non mi sono mai neanche mai distratto, neppure per un sol secondo." Un tale praticante non ha bisogno necessariamente di meditare, perchè si trova sempre in tale stato, e non si distrae mai, nemmeno per un solo momento.

Naturalmente, il problema sta nel riuscire a farlo per ventiquattr'ore al giorno, trecentosessantacinque giorni all'anno. Quando fate un ritiro meditativo, per esempio, il fine fondamentale è tagliarvi fuori dagli impegni della vostra esistenza e ritirarvi nell'ambiente naturale e propizio della meditazione. Ritiro significa mettere un limite alle attività superflue: in una tale situazione voi mantenete la meditazione quasi ventiquattr'ore al giorno, anche mentre dormite, mangiate e vi rilassate. Se la vostra pratica è intensiva, profonda e rilassata a quel modo, allora comincia ad avere un effetto di fondamentale importanza sul vostro essere profondo, e sul flusso della vostra mente.

Però, non è soltanto praticando nell'ambiente di un ritiro che i benefici della meditazione possono permeare il vostro flusso mentale. Dopo un tale ritiro, anche mentre vivete la vostra solita esistenza in città, potete praticare un po' al mattino e quindi applicare una tale presenza in tutta la vostra vita quotidiana. Allora, ogni volta che vi sentite persi, confusi, o distratti, tornate alla vostra meditazione, od alla vostra respirazione, riconquistate e matenete tale stato di presenza, e riposate in esso per tutto il tempo che potete.

E' l'applicazione continua di tale presenza che provoca realmente cambiamenti profondi. Se a volte vi accorgete che non è così semplice praticare da soli, o nella vostra stanza, allora cercate di andare a praticare all'aperto. Alcuni, che trovano difficile mantenere la postura, traggono grandi benefici dal praticare in silenzio mentre camminano; in particolare se vivono in un bell'ambiente naturale.

Potete sedere in riva ad un fiume e vedere come continua a cambiare mentre vi passa davanti: ispirerà la vostra introspezione, e potrete abbandonare quietamente la vostra mente, lasciando fluire l'energia. Oppure, potete contemplare l'oceano, o sdraiarvi per terra e fissare il cielo, abbandonando quietamente la vostra mente, e lasciando che il cielo esteriore ispiri una spazialità interiore. Questo è un modo nel quale potete praticare. Un altro è usare la respirazione, che è il metodo più comune nel Buddhismo. La respirazione è il tramite vitale dell'energia; è come lo spirito, che riunisce il corpo e la mente. Si dice spesso che la respirazione sia il veicolo della mente. Così, se volete calmare, o domare la mente, domate il respiro, e allora domerete abilmente la mente nel contempo.

Quando usate la respirazione, tenete la bocca leggermente aperta come se foste sul punto di dire " aaah ". Non serve una respirazione speciale; respirate come vi viene, in maniera rilassata. A volte, respirare ed essere presenti è sufficiente, ma se avete bisogno di concentrarvi perchè la vostra mente è molto agitata e turbolenta, allora centratevi sulla vostra respirazione ed identificatevi con l'espirazione.

Questa è una tecnica interessante, perchè, mentre all'inizio può essere solo una semplice pratica di osservazione dell'espirazione, in seguito, se si viene introdotti in forme di meditazione più avanzate, ci si accorge che può aprire molte, molte porte. Serve quasi come preparazione per la pratica meditativa di Mahamudra, o dello Dzogchen.

Osservate la respirazione, focalizzatevi sull'espirazione e identificandovi in essa. Quando espirate, il respiro si dissolve nello spazio; l'inspirazione avviene naturalmente ogni volta che i vostri polmoni si svuotano, così non dovete pensarci troppo.

Non concentratevi troppo; date circa il 25% della vostra attenzione, e lasciate il resto quietamente rilassato, tutt'uno con il vostro respiro.

Usate questa tecnica per tutto il tempo che vi serve. Vi porterà maggiore chiarezza. Poi, quando vi ritroverete più centrati nella natura della vostra mente, e quando vi ritroverete in sintonia con il respiro, non dovrete più rivolgergli particolari attenzioni. Limitatevi semplicemente a riposare nella pace della vostra mente.

Tranquillamente, svegli, attenti e rilassati. Poi, cominciate nuovamente a distrarvi, ritornate ancora una volta alla respirazione. Questa è la tecnica. Ora si tratta solo di metterla in pratica. 

martedì 5 agosto 2014

La Mia Prima Esperienza con l'Illuminazione Grazie a Marco Canestrari

DI GIANPAOLO MARCUCCI


Ciao a tutti, mi chiamo Gianpaolo e oggi vi racconterò una storia straordinaria. La più bella storia che io abbia mai raccontato. E parla di me. Dopo circa due ore di dialogo con Marco, ho avuto una presa di coscienza di un livello mai raggiunto prima. Ho partecipato ad uno stato di consapevolezza all'interno del quale non esisteva più il danno e così la colpa, la paura e il dolore. Mi sono sentito come se un peso di duecento tonnellate che non sapevo di portare addosso (ma di cui sentivo gli effetti) fosse scomparso: leggerezza infinita, sollievo, calma, piacere, felicità, immensa ed indimenticabile felicità. Non avevo mai provato una sensazione così forte, una serenità così grande da farmi piangere di gioia. Tutto per aver visto una cosa che prima non vedevo, che non c’è nulla che io possa fare per creare dolore in me o negli altri. E’ tutto già li, perfetto, fermo e io stavo solo negandolo senza guardare, negandomelo, senza guardare.

Ma voglio che nemmeno una parte del processo che mi ha portato ad una tale chiarezza, a questa mia piccola illuminazione, sia omessa dal racconto che mi appresto a scrivere, per cui andrò per gradi e parlerò passo per passo di questa stupenda esperienza sin dall'inizio della giornata.
Per agevolare la lettura premetto che per quello che qui verrà chiamato sofferenza e che verrà definito perfetto e bello, s'intende ciò che noi rifiutiamo. Ciò che l’Ego rifiuta, senza prima osservare. La realtà. Non il dolore, che chiameremo invece confusione. Non è quindi un elogio al dolore il testo che segue ma un elogio a ciò che è reale. 

Siamo andati come sempre a Villa Pamphili per una lezione in meditazione più profonda. Io, Fauno e Marco. Avevo espressamente richiesto il giorno prima di fare una seduta d’aiuto pratica per me, ne ho fatte molte con Marco nella mia vita, e ne sentivo il bisogno.
Appena arrivati alla vallata ci sistemiamo: teli, frutta, acqua, abbiamo tutto. La villa è magicamente deserta. Possiamo iniziare la meditazione senza neanche una minima distrazione esterna.
Io sono un po’ agitato. Medito.

M. Gianpaolo stai aspettando, aspetti qualcosa ti vedo. Invece sta tutto qui.”

Stavo aspettando, aspettavo che finisse il turbinio di pensieri nella testa, aspettavo che arrivasse più chiarezza, più pace, che questa pace risolvesse il mio stato inquieto. Mi stavo occupando profondamente, in silenzio, nella mia testa, della mia sofferenza.
Marco inizia a parlare (senza che io avessi detto nulla sulla mia attività):

Invece di occuparci della sofferenza, invece di occuparci della nostra ipotetica volontà di sofferenza per poi controllarla, modificarla, osservarla, migliorarla, capirla, invece di fare queste attività che presuppongono già che noi non siamo quella sofferenza e quella volontà, perché non smettiamo di presupporre e viviamo l’essere quella sofferenza, perché non viviamo noi stessi. Non è un rammarico è un suggerimento. Viviamo noi stessi, non facciamo più finta. Io non voglio controllare la mia sofferenza, io voglio vivermela pienamente. Io voglio scomparire dentro questo tumulto che chiamo sofferenza. Voglio smettere di fare resistenza. Ci sto. Stacci. Non ho più bisogno di esistere in quanto Io, perché quella cosa è precedente all’esistenza dell’Io, non posso farci nulla. Esiste al mondo il fatto che io sto percependo sofferenza. Quella percezione ha un significato senza limiti, un significato senza imperfezioni. Sostenere il contrario è sostenere confusione, è come dire non esiste l’esistente. Facciamo chiarezza, siete confusi. Vediamo che la confusione ci fa schifo. Se volete controllare, se non volete controllare rimanete nella confusione. Quello che percepisco è sacro, il mio cuore è sacro, non c’è l’Ego che può gestirlo, il mio cuore è fuori dal controllo degli Ego. Viviamoci quello che c’è, al centro di noi c’è la sofferenza. Facciamo sparire questa mosca che chiamiamo Ego, questo colui che soffre, questa entità che sceglie cosa è bello e cosa è brutto. Apriamoci, non analizziamola, viviamola. Stiamoci. La sofferenza può anche esistere, non metto bocca. Quello che faccio scomparire è chi mette bocca. La sofferenza c’è, è Marco che manca. Permettiamoci di soffrire, un minuto solo, nella nostra vita. Permettiamoci di avere paura, un minuto solo. Finora non l’abbiamo mai fatto, abbiamo sempre previsto, fuggito, controllato. Basta, apri gli occhi e soffri! Ci stava, pensa tu, ci stava quella cosa, la sofferenza, ci sta. Ci sta ed è mia. Tutta la percezione è solo una conseguenza successiva per questa sofferenza che ci sta. Non c’è niente altro che sofferenza. Non ci sono gli alberi, non ci sono le menti, i prati le persone, è tutta sofferenza, manifestazione ed espressione di sofferenza. Non c’è la morte, la morte non è nient’altro che la manifestazione della sofferenza. Questo è il regno della sofferenza. Non guardo più i singoli aspetti del regno, guardo l’anima del regno, quello che veramente rappresenta, significa: sofferenza, senza se, senza ma, senza tempo, senza sofferenti, senza cause, senza motivi. Pura, origine, sofferenza. [Pausa di alcuni minuti] This is Suffering. We can’t escape from that. Stop willing.

Come alcune volte accade quando raggiunge un livello molto profondo ed è da solo (o con me e fauno) Marco inizia a parlare in inglese. Lo farà per buona parte del tempo oggi (ma non capita in occasioni pubbliche, lo fa solo quando sa di poter essere compreso).

M. Stop creating the illusion, stop dreaming, we cannot escape. Suffering has no name, Suffering has no division. Suffering cannot be rejected by anyone.
Prosegue, con una pace e una serenità che non avevo mai visto dal vivo in nessuno (d’ora in poi traduco in italiano):

Io sono la sofferenza, non c’è nient’altro all’infuori di me, la sofferenza. Possiamo accettarlo? O ne abbiamo paura, non vogliamo vederlo, non ci piace? La verità è più forte delle nostre preferenze. Io vi sto portando nella sofferenza, con calma, senza paura, senza fuggire, senza rifiutare, senza nessuna azione, senza nessun movimento. Nessun movimento è possibile nel regno della sofferenza. Smetti di pensare immaginare quel movimento. Smetti di pensare quale scelta è la migliore. Non c’è scelta, solo la sofferenza esiste in questo regno, siamo qui, dove solo una verità è possibile: esiste solo sofferenza. Non ci sono errori in questo, è perfetto. Dobbiamo passare da questa porta, dobbiamo essere nel giusto, noi vogliamo essere nel giusto. Io sono nel giusto. Immaginate il potere di tutto questo. Guardatemi, io sono qui. Non c’è nessun movimento, io creo il movimento negli altri. Io voglio che mi vediate, che vediate la bellezza di questo e che vogliate anche voi essere nel giusto. Desideriate di essere nel giusto. Siate ispirati da ciò che vedete in me. Io sono qui, per voi. Questa probabilmente è la prima volta che mi vedete in questo posto.

Parte una domanda da Marco verso di noi: chi si occupa della sofferenza?
Io faccio cenno, me ne sto occupando.
Marco sorridendo guarda Fauno:

Lui se ne occupa. Noi ci occupiamo di te [guardando me], non della tua sofferenza. Io mi occuperò di te anche dopo la tua morte. Non mi occuperò della tua sofferenza, perché io ti amo. Io non do nessuno spazio all’ingiustizia nella mia mente, io non do nessuno spazio all’ingiustizia. Vedo correttamente, nessuno può confondermi, nessuno può convincermi che c’è ingiustizia. Io sono nel giusto, vedo bene, c’è solo sofferenza.

Durante la meditazione prendo la mano di Marco. Eravamo vicini, tutti e tre, nella posizione classica di meditazione, quella a gambe incrociate, la posizione del loto. La mia era una richiesta, la meditazione mi aveva portato a vedere più profondamente dentro di me e quello che stavo vedendo non mi piaceva, soffrivo. Marco ha accettato la richiesta, senza necessità che parlassimo e ha interrotto la sua attività interiore per dedicarsi a me.

Nel continuare l’insegnamento si è arrivati ad un punto che mi sta molto a cuore, quello relativo ai diversi step di consapevolezza che una persona può fare. E’ un punto fondamentale che molti fraintendono ed è il motivo per il quale Marco parla ad ognuno in modo diverso, usando parole diverse, forme, strutture, domande e affermazioni differenti. Dipende tutto da chi riceve, dal livello di coscienza di chi riceve. Se Marco deve rispondere ad una richiesta di una persona che non ha nemmeno idea che esista la sofferenza, il primo passo che proporrà sarà quello di vedere che esiste. A chi sa già che esiste, mostrerà che esiste solo quella e che se non la si percepisce e perché si è distratti. In questo caso parliamo di sofferenza ma il discorso sul rivolgersi diversamente in base al livello di coscienza vale per tutto, non c’è un unico linguaggio, o meglio c’è ed è sempre solo quello di chi ascolta, altrimenti non passa nulla. Marco conosce tutte le lingue di tutti gli Ego (le lingue emotive, interiori), ognuno conosce solo quelle che ha visto e che parla.

M. “Prima dobbiamo comprendere che la sofferenza è reale e poi dobbiamo vedere che non c’è nient’altro di reale. Vogliamo svegliarci o vogliamo averne paura? Se non vuoi svegliarti ti stai sbagliando. Sei nella confusione. Tu pensi che la sofferenza non sia giusta. La sofferenza è giusta, io sono sofferenza, io sono giusto.

Marco sta portandoci a vedere la sofferenza in lui, il suo essere la sofferenza.

M. “Trattate il confuso, il meschino, l’avaro come se fossi io. Se volete insultare il meschino insultate me prima. Io sono quello. Guardatemi in faccia e insultate me prima, perché io sono quello. Non avrete il potere di farlo.

Sento un peso profondo, la solitudine e l’impotenza prendono il sopravvento, c’è qualcosa dentro che ha bisogno di uscire, qualcuno urla dentro di me. Lascio che accada ciò che voglio che accada e piango. E’ un pianto di dolore molto contrito.

M. [verso di me, esortandomi a guardarlo negli occhi e non isolarmi] “Dove vai lontano? questa è la sofferenza, è giusta, non puoi aver fatto niente di sbagliato. Io ti mando la giustezza della sofferenza. Non ti conforto nella sofferenza. Si conforta solo chi ha fatto qualcosa di ingiusto. Io lo so quello che fai e ti dico che è giusto. Tu ti credi che è sbagliato, ti sbagli. La sofferenza c’è, sta qui, adesso, no ieri. Prima di piangere, guarda e poi dopo piangi. Se no non c’è motivo. Guardala, io la sto guardando, non fa piangere. E’ perfetta è giusta. Non porta dolore, non fa venire le ulcere o i cancri. Quella è la confusione. Io non ho dubbi, non mi viene l’ulcera, e se hai dubbi che ti viene. Vieni nel posto dove non ci sono i dubbi, è il posto dove si vedono le cose. La sofferenza c’è. C’è, secondo te può esistere una cosa che non è santa? Mi vuoi insegnare questa cosa? Esiste, l’hanno fatta tutta per noi, perché siamo liberi e giusti. Senza la sofferenza non potevamo essere liberi e giusti di fare tutto ciò che volevamo. Non c’è scollatura nel regno del creato. Lo strappo che chiamiamo sofferenza non l’abbiamo creato noi, la sofferenza era inclusa. Non siamo responsabili di questa sofferenza e giudicabili negativamente. Significherebbe che noi siamo autori del male. Non abbiamo strappato niente dal creato, il creato è ciò che ha diritto di esistere. La sofferenza ci sta. Vogliamo far diventare la sofferenza una magnificenza onorata del creato? O vogliamo farla diventare una schifezza creata da noi con colpa da nascondere e mettere in una scatola? Non l’abbiamo fatta noi, ci siamo in mezzo. Non l'hai fatta tu. Stiamo correndo in essa, senza nessun danno. Sognare provoca danno, rifiutare la realtà provoca danni, lo svegliarsi e vedere le cose come stanno no. Ti va a te di renderle giustizia? E’ nel presente ed è bellissima, è in un posto dove non sei mai stato.

Gp: “Fammici venire [nel presente]”

Marco fa cenno di si con la testa.

M. “Tu vuoi rifiutare di venire alla sofferenza, vuoi scappare dalla sofferenza o come mi hai chiesto vuoi venire alla sofferenza?

Gp. [sorridendo] “Scappare

M. “Allora piangi ma quella non è sofferenza, è confusione, interpreto: Quella si chiama confusione non sofferenza e ci fa schifo. La confusione non è niente, non cercare qualcosa per creare un mondo brutto è una voglia di non vedere perché ci hanno detto che la sofferenza era brutta e non bisognava avvicinarsi. Io dico che è bella. Guardate me, vi sfido. Io sono sofferenza e io sto bene. Non c’è altro che sofferenza, vieni a vedere, se non ti va sogna. Se vedi che c’è solo sofferenza non puoi altro che migliorare. Nulla può la materia, la morte. Io sono sofferenza, non c’è nulla che può andare male.”

Marco si alza e mi invita ad accompagnarlo alla fontanella per rinfrescarci e riempire le bottiglie. Fauno resta a presidio dell’accampamento. Iniziamo la passeggiata. D’ora in poi e come se il tempo si fosse fermato, come se i minuti fossero mesi e le ore fossero anni, sino ad un momento preciso in cui collassa tutto, come un'implosione quantica.

M. “Tutto quello che tu vedi quando piangi non è sofferenza, è confusione. Non è vera. L’inizio, la causa dei problemi, degli errori, l’inizio, si chiama sofferenza ed è bella, e non c’è altro. Si chiama realtà poi, no sofferenza. Mettila in te, sta in te già, è reale e non è brutta. Non hai nessun arma, nessuno strumento con me per dimostrarmi che è brutta. Parliamone, dimostrami che è brutta. Mi devi dimostrare che io sono brutto, perché io fidati, sto la dentro. Insegnami, aspetto, quanto tempo vuoi, 10 anni, 20 anni. Io adesso sto in quel campo li, quello più brutto che tu ti immagini, la follia, la morte, pensa tu, sto vivendo dentro quella cosa la. Si chiama realtà, dove può capitare di tutto, il posto dove puoi fare qualsiasi cosa e dove può capitare qualsiasi cosa. E vedo tutto, non è ignoto, c’è solo sofferenza e non è brutta. Vogliamo cambiare parola? C’è solo gioia, che è quella cosa che tu guardi quando stai puntando il dito, a te o a chi accusi.

La parola gioia mi confonde, torniamo un passo indietro, richiamiamola sofferenza.

M. “La sofferenza è bella, non esistono valutazioni negative della realtà. Controlla, non stai controllando lo sanno tutti, stai pensando. Quando pensi già hai detto che è brutto. Lo scopo tuo è solo allontanarti da qui.

Sento che sta accadendo qualcosa dentro di me, non è razionale il livello della ricezione però, è emotivo. Sento come se il terreno da sotto i piedi venisse a mancare. Come se i miei pensieri fossero sempre gli stessi, come se stessi ai bordi della mente.

Gp. “Aiutami a…

M. “Guarda che Io sono quello che dice che è bella, capisci? Io sono il tuo più acerrimo nemico. Qualunque tuo pensiero è per allontanarsi da me. Contraddicimi, odiami dai, io sono la sofferenza, ti sfido!

Rido. Marco sta parlando dritto dritto al mio Ego, all’avvocato della mia mente, il nemico primo della libertà, della gioia, del nuovo. Sono alle strette. L’Ego è stato scoperto, è alla luce del sole. Io sono all’apice della tensione dell’Ego. Il mio livello di coscienza ora sale di un pezzettino, osservo che c’è qualcosa che non torna, come se stessi recitando una parte. Continuo.

Gp. [Ridendo] “Mi hai sgamato!

M. “Allora, dimmi che sono brutto, dimmelo in faccia!”

Controllo.

Gp. “Non ce la faccio.

M. “E allora rivedi tutto. Che cosa vuoi? Venire qui nel paradiso, chiamato sofferenza per te, o scappare dalla sofferenza.

Gp. “La prima.

M. “Allora smetti di rifiutarla, di valutarla, di allontanarla, di scappare. Se dici che è brutta non puoi volerti avvicinare ad essa. Se vuoi guardare non puoi prima già aver valutato. La sofferenza è bella. C’è solo sofferenza ed è bella.

Osservo cosa sta succedendo. Faccio un check, mi viene in mente il passato.

Gp. “La cosa che sentivo prima, quando ero li [indicando l’accampamento lontano] era brutta.

M. “Quella cosa là si chiama?

Gp. “Confusione.

M. “Bravo, quella è brutta, assolutamente diversa dalla realtà. E’ uno che pensa alle cose e dice che sono brutte, ma non è vero. Si chiama confusione ed è brutta. Se ci fosse la sofferenza, qualunque causa mentale della sofferenza dovrebbe stare qui, nel presente, altrimenti non esisterebbe. La causa di tutto, che è qui, sono io e io sono sofferenza, ed è bella. Vogliamo rifiutare questo fatto? Passare tutta la vita a fuggire e a piangere nella confusione?

Qui scatta una piccola molla. Potrei dire si, l’ho sempre fatto. Ma oggi voglio fare qualcosa di nuovo. Per una volta, voglio uscire dagli schemi. Ho un po' paura, non so come si fa, ma l’alternativa già la conosco e mi fa schifo.

Gp. “Non mi va.

M. “Smetti di rifiutarla, amala. Non la cosa brutta, la sofferenza che è bella. Quella che te chiami sofferenza. La sofferenza è l’origine di quelle che tu chiami emozioni negative. Si chiama realtà, presente ed è bella. Se tu la vuoi rifiutare, la causa, perché hai già deciso che è brutta senza guardarla, sei uno che si impunta, uno che sogna.

Gp. “Non capisco

M. “Mi pare di aver ripetuto sempre la stessa frase. Io sono la sofferenza

Gp. “Io pure

M. “A me piace

Gp. “A me no invece”

M. “Sei confuso a riguardo, se solo tu controllassi quello che c’è senza valutare prima di guardare…

Gp. “Allora controlliamo

M. “Io sto controllando

Gp. “Aiutami a controllare

M. “Ti deve piacere controllare le cose. Ti piace? Ci sta un filetto in te a cui piace controllare le cose, già adesso, io sto dicendo tutte cose alla tua portata

Gp. “Mi va

M. “Ce la fai a fare un minuto solo in cui controlliamo totalmente, senza pericoli, qui, un minuto nel prato io e te e poi domani ti rimetti a difenderti e dici che è brutta senza guardare?

Se dico si adesso non ci sono più scuse. Marco mi ha tolto tutte le base della sofferenza, se dico di si ora entro in un posto che non ho mai visto. Siamo soli però, al sicuro, è bello, non l’ho mai fatto, mi fido di lui, ok.

Gp. “Ci sto

Guardo Marco, aspetto, non lo so io come si fa!

M. “Mh. Te lo devi fare, non guardare me, io già sto guardando. [Pausa]. Per esempio devi vedere che non c’è nient’altro oltre la sofferenza. Devi vedere una realtà fatta di emozioni. Un’emozione di sofferenza che crea tutto l’universo materiale. Pensa quanto è vera? Questo piano materiale è un desiderio di sofferenza. Ed è bella.

Non sono convinto, c’è qualcosa che non capisco. Passiamo dall’altra parte del fiume attraversando il tubo di metallo che porta l’acqua da una parte all’altra attenti a non cadere. Beviamo dalla fontana e ci rinfreschiamo. Sento di dover dire una cosa. Non sentivo più il dolore di prima.

Gp. “Adesso a me non sembra che ci sia sofferenza

M. “Ti ricordi che ti ho detto che la sofferenza è quella cosa che c’è sempre ed è bella? Quando senti dolore è confusione!

Gp. “Mh. Confusione. Ci sta di meno

M. “Ma c’è?

Gp. “Si

M. “Confusione è dolore. Se ti immagini che c’è qualcosa oltre la sofferenza allora quella è confusione e dolore. Se tu senti dolore non è per questo…

Comincio a capire.

Gp “Non è per come è fatta la realtà…

M. “Non è per come è fatta la realtà, ma perché la stai rifiutando, perché ti immagini che è brutta, che c’è qualcosa che è ingiusto

Voglio andare all’ombra (restando però vicino alla fontanella) e continuare il discorso. Lo dico a Marco.

M. “Si, ricordati sempre che c’è un amico in disparte.

Avevamo lasciato Fauno. Non avevo idea di quanto tempo fosse passato. Mi sento in colpa.

Gp. “Allora andiamo dai…

M. “Non è un danno. Come vuoi te, va bene tutte e due, tutte e due sono giuste

Faccio un’altra cosa che non avrei mai fatto prima, oggi è il giorno delle prime volte, affronto la colpa, credo di meritarmelo di restare ancora qui, qualcosa sta accadendo. Me lo merito.

Gp. “Allora qualche minuto ancora qui”

M. “Bravo. Lui scoprirà e godrà di questa cosa perché è giusta. Non ti puoi allontanare dalla sofferenza che comunque è giusta.

La colpa però rimane.

Gp. “Adesso sento un po di colpa in me

M. “Perchè colpa?

Indico Fauno. Questo sarà l’ultimo tassello da togliere che farà crollare tutto.

M. “Perchè hai fatto un’azione che può provocare sofferenza in Fauno e in te

Gp. “Si

M. “La sofferenza c’è ed è giusta

Gp. “Ah c’è gia?!

Non è possibile contenere in nessun modo la risata profonda che mi sale dal cuore. Rido, è un tappo gigantesco che si è tolto. Ho appena capito tutto. Ho appena capito tutto quello che stavamo dicendo da ore, da una vita.

M. “Però mi pare che è l’unica cosa che sto dicendo da due ore

Gp. “E’ arrivata adesso. Che c’è già di base!

Guardo verso Fauno in lontananza e vedo sofferenza, mi giro e la vedo, in me, ovunque, c’è già, è qui, al massimo livello possibile “a palla!”, esiste solo quello. Io che credevo di poterla aumentare, di poterla creare, in me, in Fauno, in tutti. La catena della colpa di fronte ad una presa di coscienza del genere crolla in un secondo, si sbriciola, perde qualsiasi valore e potere. Non ci può essere danno! Non posso far soffrire nessuno, non posso soffrire, è già tutto sofferenza. Che cos’è la paura senza la possibilità di provocare danno nel futuro? Che cos’è la colpa senza la possibilità di aver fatto danno nel passato? La peggiore delle ipotesi che temevo è già reale. Non può andare peggio in nessun modo, esiste solo quello. Rido, abbraccio Marco, faccio un sospiro enorme, come se mi fossi tolto un peso di duecento tonnellate. Piango, piango di gioia, è una sensazione di liberazione meravigliosa. Piango e rido insieme. Sembro un bambino a cui hanno detto che andrà a Disneyland il giorno stesso, ma di più, sembro un bambino prigioniero a cui hanno detto che è finita la guerra. Non ci sono più pensieri, solo sollievo. Io sono un tocco di sollievo.

E’ come se per tutta la vita avessi avuto il terrore di poter anche solo per un secondo andare su una spiaggia o di mandarci qualcuno a me vicino, anche per sbaglio, come se per un tale terrore avessi continuamente cercato di evitare questa spiaggia con tutte le mie forze, e poi mi fossi accorto, tutto in un momento che sono già su quella spiaggia, da un'eternità, insieme a tutti gli altri ed è anche una bellissima spiaggia. E’ una fatica enorme negare la realtà, ed è anche vana. La guerra è finita. E’ finita. Sono felice come non lo sono mai stato. Posso chiamarla sofferenza (nel senso in cui la intendevo prima) questa? Ecco perché Marco diceva che era bella.

M. “Possiamo solo migliorare, è tutto fatto di sofferenza ed è bella. Se l'universo esiste può esse ingiusto? Mica l’hai fatto te. La sofferenza mica l’hai fatta te!

Gp. “Ce l’ho trovata

M. “Ce l’hanno fatta così, già esiste, come fa a non essere giusto ciò che esiste. Chi dice che non è giusto qualcosa che esiste si deve tirare fuori. Ma io lo vedo e glielo dimostro: Sei dentro, siamo tutti dentro, qual’è il problema?”.

Gp. [ridendo] “Relax. E’ andata. [Pausa] Riavviciniamoci a Fauno

Il bambino è stato partorito.

Arrivati da Fauno, Marco gli racconta che ho avuto una grossa presa di coscienza e gli chiede da parte mia se mi perdona per aver scelto di tenerlo in disparte in questo mio parto. Fauno mi perdona. Non c’è nulla da fare, qui possiamo solo andare di bene in meglio. Abbraccio Fauno buttandomici letteralmente sopra, Sento il mio respiro, è libero, erano anni che non respiravo così, anni. Sapete cosa significa non respirare a pieni polmoni per anni? Ho una pace nella mia mente di un livello superiore, come se avessi finito tutto e dovessi solo rilassarmi, per tutta la vita, in completa sicurezza. Rido per molto tempo 20 minuti, forse anche di più. Marco è contento di quello che è successo, gioisce della mia felicità.

M. “Andiamo avanti

Gp. [sempre ridendo a crepapelle] “Andiamo avanti ma pure qua!

Nulla mi passa per la testa se non che sono nel posto più meraviglioso che possa esser mai stato creato. Mi sta bene anche rimanere qui tutta la vita, a zero. Zero colpa, zero paura, zero confusione, zero dolore. E’ un utero di velluto.

In mezzo a questo stato di relax ho anche un’intuizione.

Gp. “Ho capito la questione dello scopo”.
Saranno anni che sento dire da Marco che ciò che importa è lo scopo. Lo scopo prima delle azioni, lo scopo anche prima dei pensieri. In un attimo è tutto chiaro, vedo quello che facevo fino ad un secondo prima e ne vedo lo scopo. Se lo scopo è già macchiato, è scorretto, è di negare la realtà, di fuggirla, di controllarla, di valutarla, tutto ciò che verrà successivamente sarà macchiato. Se medito con lo scopo di uscire dalla sofferenza, medito già inquinato. Non lo condanno di certo, continuerò a meditare. Ma allo scopo dei miei pensieri e delle mie azioni porrò l’attenzione d’ora in poi.
Dopo la riflessione ringrazio Fauno. Della colpa che mi ha fatto scattare la molla della coscienza, rido, rido ogni parola che dico. E’ tutto bellissimo. È finita la guerra! È finita.

M. “Vabbè che facciamo? Giochiamo a qualcosa?

Ma si, giochiamo! Io lui e Fauno. Non abbiamo nessuna palla così prendiamo una pesca grande molto dura che avevo portato. Sarà un sostituto perfetto. Ce la lanciamo da lontano, ritmicamente, giochiamo a prenderla con una mano sola. Mi diverto, gioco liberamente, non giocavo in questo modo da così tanto tempo, stavolta so anche quanto, non giocavo così da quindici anni. Non giocavo da quindici anni.

E sono consapevole di ciò che accade, vedo che anche il gioco e un altro insegnamento di Marco, un insegnamento a più livelli, che scende su di me per farmi vedere dove dobbiamo arrivare, a divertirci e stare bene, e un insegnamento di integrazione, che fa riunire il gruppo in armonia dopo che Fauno era rimasto in disparte per alcuni minuti.

Il gioco finisce quando la pesca giunge a estrema maturazione. Andiamo a sciacquarci, a turni però, rimango io a presidio stavolta. Appena tornati Fauno e Marco mi dirigo verso la fontanella anche io, sto per attraversare il fiumiciattolo con fare baldanzoso quando, senza curarmi troppo di dove metto i piedi, vado dritto nell’acqua. Anche questo è un insegnamento e mi arriva direttamente dalla realtà. Cado nel ruscello, accade quello che da anni attraversando il tubo/ponticello avevo evitato stando attentissimo al mio equilibrio. Ebbene, quello che sento è un piacevole fresco su piede e caviglia. Metto dentro anche l’altro piede, che bello. La peggiore delle ipotesi nell’attraversare il ruscello, una condizione che ho sempre un poco temuto, era in realtà nulla di terrificante. L’insegnamento del cadere nel ruscello era che “non si cade nel ruscello”.

Torno all’accampamento, si è fatto tardi, decidiamo di organizzarci per la cena. Prima di andare decido di coronare l’evento di oggi e compiere un’azione piccola ma di una potenza spropositata. Chiamo mio padre e mia madre e gli dico che gli voglio bene. Non glielo avevo mai detto, era proprio il momento. Sta accadendo qualcosa di incredibile qui a Roma, in questi anni, qualcosa che rimarrà nella storia e io ci sono dentro. Ma chi l’avrebbe mai detto?

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